Cosa pensare della National Security Strategy
Di Dario Fabbri
La National Security Strategy non ha nessun valore concreto. Mentre riveste una funzione narrativa. Andiamo per ordine. Anzitutto, si tratta di un documento tattico e non strategico. “Strategy” in inglese è “tattica” in senso geopolitico – “strategia” corrisponde a “grand strategy”. Quasi tutto al suo interno è finzione. Nessuna potenza compiuta segnalerebbe a nemici e interlocutori cosa intende fare sul serio. Se lo annuncia nei dettagli, è perché non è vero.
La Nss si fonda sull’altra finzione dell’arbitrio. Banalmente nessuna potenza, anche la prima del pianeta, può realizzare ciò che sogna. Tacciamo poi della (scarsa) possibilità che gli apparati federali recepiscano i propositi della Casa Bianca.
Nel documento si legge della volontà di trovare un modus vivendi con la Cina, d’abbandonare gli europei al loro destino, di occuparsi soprattutto delle Americhe. Nessuno di questi propositi è reale o realizzabile. La competizione con la Cina aumenterà al di là degli intendimenti reciproci. E gli Stati Uniti non potrebbero lasciare l’Europa e chiudersi nell’emisfero occidentale neanche se si dedicassero soltanto a ciò.
L’Europa, perla dell’impero americano, resta il continente indispensabile per dominare il pianeta. E se Washington si occupasse soltanto delle Americhe finirebbe assaltata dai nemici in ogni altro teatro, tornando velocemente sui suoi passi, quando può essere troppo tardi. Ciò che resta di questa Nss è l’idea di aprire alla Russia proprio in funzione anti-cinese. E il messaggio per gli europei: “dovete tornare alla Storia, perché abbiamo bisogno di voi contro la Cina”.
Quanto descritto da Domino, rispettivamente nel numero in uscita dedicato al negoziato per l’Ucraina. E nel numero in edicola “La guerra delle propagande”. Il resto è un esercizio divertito. Non molto di più
Pechino non vuole cedere Mosca
Di Federico Bertasi
Questa settimana Russia e Cina hanno svolto un’esercitazione congiunta per «ampliare e rafforzare la cooperazione militare tra i due paesi». Le Forze armate mandarine e moscovite si sono concentrate soprattutto nel teatro asiatico, sorvolando ripetutamente il Mar del Giappone e «avvicinandosi pericolosamente» allo spazio aereo di Okinawa, sede di alcune tra le principali installazioni belliche statunitensi nella regione. Manovre ampiamente recepite da Washington, che al contempo ha dispiegato i bombardieri B-52 – assieme ai jet F-35 e F-15 dell’aeronautica nipponica – per «rispondere alle provocazioni» e ribadire la propria capacità di proiezione nell’Indopacifico.
Così come già accaduto pochi giorni prima dell’incontro dello scorso agosto tra Donald Trump e Vladimir Putin, anche in questo caso la Repubblica Popolare ha tentato di cingere verso sé la Federazione per ostacolare le accelerazioni intorno alle trattative sul conflitto in Ucraina. Sviluppo sfruttato dai russi per sbandierare la (pericolosa) vicinanza con la Cina e accrescere il proprio margine di manovra nei negoziati in corso.
Turchia e Grecia si scontrano nell’Egeo
Di Franz Simonini
Allarmati dalle recenti vittorie turche nel Vicino Oriente e dal suo espansionismo nel Mediterraneo, in questa fase gli ellenici provano a incrementare la presa sull’arcipelago dell’Egeo. Qui la scorsa settimana il governo di Atene ha annunciato una decisa accelerazione alla propria proiezione, finalizzando lo schieramento di sistemi balistici e assetti di Difesa lungo la catena delle isole Sporadi settentrionali e meridionali, le isole Cicladi e il Dodecaneso. La militarizzazione si concentra soprattutto sui punti insulari cruciali per la proiezione di Atene: Rodi e Castelrosso, a poche miglia nautiche dalla costa meridionale anatolica; Lesbo, Chio, Samo e Kos nel mar Egeo centrale; Lemno e Samotracia, le cui posizioni risultano decisive per il controllo dell’accesso agli stretti turchi. Incentrato sui vettori israeliani Lora e sulle dotazioni autoctone anti-drone Centaurus, l’apparato missilistico greco diventerebbe dunque il fulcro di una rete di sorveglianza e deterrenza capace di sottrarre margini di iniziativa alle unità aeronavali turche nelle aree più sensibili dell’arcipelago.
Preoccupata dalle mosse della repubblica ellenica, la Turchia ha innalzato il livello di allarme, denunciando «una militarizzazione illegale» e minacciando di «neutralizzare immediatamente qualsiasi minaccia» agli interessi ancirani. L’aumento delle tensioni da parte della Grecia giunge in seguito al cambio di paradigma annunciato dagli apparati della Difesa di Atene, resi sul piano politico dall’aggiornamento della recente dottrina “Agenda 2030” e dal programma “Scudo di Achille” per la difesa del territorio nazionale. In risposta, Ankara starebbe rafforzando la propria contro-deterrenza attraverso l’ulteriore sviluppo del missile balistico a corto raggio Tayfun, di produzione nazionale, la cui gittata superiore agli ottocento chilometri consente di colpire gran parte delle isole egee e obiettivi strategici nella Grecia continentale.
L’Iran non vuole perdere l’Azerbaigian
Di Giacomo Stefani
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi si è recato in Azerbaigian per rinnovare le ormai fragili relazioni tra i due paesi. Dopo la caduta del regime alauita in Siria, pilastro della proiezione iraniana verso il Mediterraneo, e il conflitto con Israele, la Repubblica Islamica ha momentaneamente sospeso la sua estroflessione per concentrarsi sul consolidamento interno e sul mantenimento dello status quo. Proposito ribadito anche nel corso dell’ultimo incontro, con l’iraniano che ha rimarcato agli azeri come non intendano tollerare l’«ingerenza di terze parti nei rapporti bilaterali».
Al di là della retorica e dei cantati propositi, la visita di Araghchi riflette la volontà di Teheran di contenere l’eccessivo avvicinamento di Baku verso Turchia, Israele e Stati Uniti. Oltre a promuovere investimenti commerciali ed energetici con l’Azerbaigian, nelle stesse ore la Repubblica Islamica ha pure svolto un’esercitazione anti-terrorismo nei territori di confine, oculatamente posta sotto la cornice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai.
Ma il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha già visitato l’Azerbaigian due volte nel 2025 e la trasferta del ministro degli Esteri appare come un tentativo disperato di recuperare lo storico vicino. Nell’augurio finale rivolto ad Aliyev («non vediamo l’ora di vederla a Teheran») si racchiude tutta la preoccupazione iraniana di vedere sgretolato un patrimonio geopolitico costruito nei decenni. Mentre l’Asse della Resistenza versa in stato cagionevole – solo una settimana fa Teheran ha dovuto assistere all’Iraq che per errore ha inserito Hezbollah e gli huthi nella lista delle organizzazioni terroristiche, poi subito rimossi – l’Iran prova a ravvivare il legame sentimentale con l’Azerbaigian. Con il rischio che sia troppo tardi.