Il (non) valore del “Board of Peace”
Di Federico Bertasi
Giovedì Donald Trump ha siglato lo statuto del “Consiglio della Pace”, l’organismo (inizialmente) pensato dalla Casa Bianca per gestire il cessate-il-fuoco a Gaza e che adesso punta a «salvaguardare la stabilità» e «prevenire i conflitti nel mondo». L’intera iniziativa ha quasi soltanto valore scenografico. Come testimoniato pure dalle ambizioni monarchiche del presidente statunitense – secondo ordinamento Trump rimarrebbe in carica a vita o previa rimozione unanime approvata dai membri.
Al di là degli impossibili personalismi e dei tipici prismi economicistici dell’attuale amministrazione (gli Stati dovranno versare un miliardo di dollari per divenire membri permanenti), vale la pena concentrarsi sugli elementi di rilievo del progetto americano. Secondo la Casa Bianca il comitato nascerebbe soprattutto per sostituire gli organismi delle Nazioni Unite, percepiti da una parte dagli statunitensi come inutili, contrari agli interessi della superpotenza o eccessivamente vicini ai cinesi.
Di qui il secondo punto, ancora più rilevante. La composizione del consiglio evidenzia come gli Stati Uniti non intendano riconoscere alcuna sfera di influenza ai rivali. Mentre i russi prenderanno parte all’iniziativa, i mandarini hanno temporaneamente declinato la proposta washingtoniana. A dispetto dei cantati accordi con moscoviti e pechinesi su una presunta spartizione del globo, gli statunitensi vanno rinsaldando il contenimento altrui pressoché ovunque. Dal Sudamerica all’Europa, dall’Artico all’Indopacifico.
Il comitato sarebbe centrale anche per placare le manovre israeliane in Medio Oriente, con qatarini, turchi, sauditi ed egiziani direttamente coinvolti nel processo di ricostruzione di Gaza e pronti ad aumentare il proprio peso a ridosso dei confini dello Stato ebraico.
Damasco chiude il fronte curdo
Di Pietro Matteo Salvia
Le truppe del governo centrale siriano, guidate dall’ormai riabilitato presidente Ahmed al-Sharaa, hanno ottenuto importanti successi nel nord del paese, costringendo le Forze democratiche siriane (Sdf) a guida curda, che da quattordici anni controllano ampie porzioni della Siria settentrionale e orientale con il sostegno di Washington, a ripiegare nell’estremo nord-est del paese. L’inasprirsi della pressione militare ha imposto alle Sdf un accordo assai sfavorevole con Damasco, che ne sancisce l’integrazione nell’esercito governativo e il reintegro dei territori dell’amministrazione autonoma curda nello Stato siriano.
Le cause di questo riassetto territoriale sono da rintracciare nell’insofferenza delle tribù arabe verso il dominio delle Forze democratiche siriane e la rimodulazione dell’atteggiamento statunitense verso l’(ex) alleato curdo. Il modello politico dell’Sdf, fondato su un’autonomia di fatto a guida curda, non ha mai ottenuto un consenso duraturo presso la popolazione araba e sunnita autoctona, venendo al contrario percepito come estraneo. Da qui le tensioni con le tribù locali a Deir ez-Zor, al-Shaddadi e Manbij, dove l’ingresso delle Forze di Damasco è stato accolto come una liberazione. Su questa erosione interna si è innestata la svolta americana. Dopo la caduta del regime alauita Washington ha compreso come gli interessi della superpotenza fossero maggiormente tutelati dalle nuove Forze governative di Damasco, supportate da Ankara e giudicate più efficaci nel controllo territoriale.
Nell’ottica del Pentagono, la scelta aprirebbe la strada a un graduale disimpegno militare statunitense e risponderebbe al contempo alle pressioni turche per la smilitarizzazione delle aree a ridosso del proprio confine meridionale. Al contempo, tuttavia, tale dinamica ha innescato gli spauracchi degli israeliani, preoccupati dall’allargamento della sfera di influenza ancirana.
Il senso della triplice intesa tra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita
Di Franz Simonini
Questa settimana il Pakistan ha raggiunto un accordo con Turchia e Arabia Saudita volto a instaurare un sistema di mutua Difesa e collaborazione militare. Ciò si aggiunge al trattato siglato lo scorso settembre tra Islamabad e Riad e punta a rafforzare il peso dei tre paesi lungo l’asse che congiunge il Medio Oriente all’Asia meridionale. Il patto poggia sulla deterrenza atomica del Pakistan, le capacità militari di Ankara e le risorse economiche saudite.
Nelle intenzioni dei firmatari tale convergenza persegue tre obiettivi distinti: offrirebbe a Riad una cornice di sicurezza funzionale al contenimento dell’Iran; consoliderebbe la posizione di Islamabad nel confronto con l’India; e alimenterebbe le ambizioni di Ankara nella competizione con Israele per il controllo del Levante.
Allarmati dalle mosse pachistane, negli scorsi giorni India e Emirati Arabi Uniti hanno risposto siglando un accordo di Difesa bilaterale e aprendo a intese per la fornitura di gas naturale liquefatto. Il consolidamento del rapporto tra Delhi e Abu Dhabi giunge in risposta alla formazione del triplice blocco militare, percepito come una minaccia alla stabilità degli equilibri dell’area. L’iniziativa avrebbe pure il proposito di salvaguardare il quadrilatero securitario del Medio Oriente tra Stati Uniti, India, Israele ed Emirati Arabi Uniti, bilanciando così l’espansionismo di turchi, sauditi ed emiratini.
Giappone e Filippine si rafforzano contro la Cina
Di Andrea Riboldi
Negli scorsi giorni Tokyo e Manila hanno siglato nuovi accordi di cooperazione militare e logistica. L’intesa agevola le rispettive Forze armate nel coordinamento dei rifornimenti e dei servizi durante esercitazioni e operazioni congiunte, affinando la sincronia tra i due arcipelaghi più rilevanti della regione.
Per il Giappone l’avvicinamento tattico con le Filippine corrobora la recente revisione della propria postura securitaria. Pur affidandosi alle garanzie militari statunitensi, Tokyo ha ampliato la rete di intese regionali per espandere la sua profondità strategica dal Pacifico al Sud-Est asiatico.
Di converso, per i filippini l’accordo sarebbe fondamentale per contenere la morsa cinese sulle proprie acque. E la convergenza si somma al piano securitario già in vigore con Stati Uniti e Australia, altrettanto fondamentale per ostacolare il raggio d’azione della Repubblica Popolare lungo le sue direttrici marittime meridionali.
L’irrobustirsi delle intese tra Giappone e Filippine suggella un ulteriore passo nel confronto con Pechino, con il rischio di accendere ancor di più la tensione nelle acque più contese del pianeta.
Russi e cinesi avanzano nell’Artico
Di Giacomo Stefani
L’avvicinamento tra Mosca e Pechino, innescato dalla guerra in Ucraina, ha ampliato il margine di manovra cinese nell’Artico, già rilevante sin dai primi anni Dieci del XXI secolo. Dal 2022 la Repubblica Popolare, oltre a intensificare le importazioni di grano, petrolio e idrocarburi siberiani, ha progressivamente esteso la propria presenza nelle aree settentrionali presidiate dalla Russia.
Tali movimenti non sono sfuggiti a Washington, che da mesi monitora il transito delle compagnie cinesi in Groenlandia e i pattugliamenti marittimi congiunti sino-russi a nord dell’Alaska e del Canada.
In questo contesto gli Stati Uniti mirano a riaprire alla Russia anche per contenere la penetrazione cinese, ma il Cremlino pretende maggiori concessioni sul dossier ucraino. Non a caso, fin dall’avvio dei negoziati, Mosca non ha mai escluso di mettere sul tavolo una cooperazione russo-statunitense sulla rotta artica. È anche da qui che vanno lette le recenti esternazioni delle Forze armate statunitensi, che per la prima volta hanno corroborato retorica trumpiana sulla Groenlandia.
La scorsa settimana il generale statunitense Alexus Gregory Grynkewich ha tenuto conferenza stampa in Svezia (l’ultimo paese ad aver fatto ingresso nella Nato, allontanando ancor di più ogni sospetto dal ritiro americano) per distillare le preoccupazioni della superpotenza. Secondo quest’ultimo russi e cinesi non starebbero «studiando foche o orsi polari nell’Artico», ma al contrario sarebbero lì per «condurre indagini batimetriche e comprendere come contrastare le capacità della Nato sopra e sotto il mare».