Canada e Regno Unito flirtano con la Cina
Di Federico Bertasi
Questa settimana il primo ministro britannico Keir Starmer si è recato nella Repubblica Popolare per approfondire l’interscambio commerciale tra i due paesi. Oltre ai molteplici investimenti nel settore sanitario ed energetico, Pechino ha annunciato di aver rimosso le sanzioni verso diversi parlamentari britannici accusati d’aver inventato presunte «violazioni commesse dai cinesi contro la comunità uigura musulmana». La visita arriva a pochi giorni dal via libera del governo anglosassone alla costruzione della nuova ambasciata cinese nel cuore di Londra, a lungo attenzionata anche dagli Stati Uniti per i potenziali rischi legati allo spionaggio. E nelle ultime ore non si sono mossi soltanto i britannici.
Nei primi giorni di gennaio anche il primo ministro canadese Carney ha annunciato l’intenzione di abbassare i dazi sulle vetture elettriche cinesi in cambio di un accordo con la Repubblica Popolare.
Al di là degli evidenti interessi economici, in questa fase canadesi e britannici intendono affidarsi (platealmente) alle lusinghe della Cina per segnalare agli statunitensi il rischio di trascurare i propri satelliti. Per ora soltanto scenografia, giacché non bastano accordi bilaterali di natura commerciale per uscire dalle sfere di influenza.
Eppure quanto basta per allertare Washington. Preoccupati dall’abboccamento tra canadesi, britannici e cinesi, nelle scorse ore gli statunitensi hanno minacciato Canada e Regno Unito di ulteriori tariffe sulle esportazioni.
Gli Stati Uniti si inseriscono nella contesa del Nilo
Di Andrea Riboldi
La disputa africana attorno alla Grande diga del rinascimento etiope (Gerd) è tornata ad accendere il confronto regionale, con Egitto e Sudan che hanno richiesto l’intervento diplomatico degli Stati Uniti per avviare una mediazione con Addis Abeba e ottenere garanzie securitarie.
Costruita lungo il Nilo Azzurro e inaugurata lo scorso settembre, l’infrastruttura incide direttamente sui flussi idrici diretti verso il Cairo e Khartoum, limitando significativamente la disponibilità d’acqua dei paesi a valle. Mentre per Addis Abeba la diga è uno strumento cruciale per aumentare l’influenza nell’area, Egitto e Sudan temono un deciso scadimento del loro margine di manovra.
Di qui il (rinnovato) interesse dell’amministrazione statunitense, che nelle scorse ore si è offerta di inserirsi nel dossier per risolvere la disputa idrica. Oltre a evitare l’accendersi di un ulteriore fronte, l’attivismo di Washington possiede duplice obiettivo: da un lato irrobustisce il rapporto con l’Egitto, già largamente dipendente dalla superpotenza ma altrettanto ammiccante verso i corteggiamenti cinesi; dall’altro permette di ampliare notevolmente il margine di intervento nell’area dell’alto Nilo e del Corno d’Africa, sottraendo peso alle potenze rivali radicate nella regione.
L’Europa balla con l’India
Di Franz Simonini
Questa settimana Unione Europea e India hanno formalizzato un accordo commerciale che apre a un sistema di «libero scambio» di oltre 180 miliardi di euro annui e che coinvolge quasi due miliardi di persone. Oltre ai relativi vantaggi economici, tariffari e industriali, la convergenza tra Delhi e i paesi europei riflette una risposta tattica alla postura adottata dall’amministrazione Trump.
A lungo minacciati dalle sortite americane, gli Stati del Vecchio Continente vorrebbero sfruttare la vicinanza all’India per aprire canali alternativi alle sanzioni imposte dalla superpotenza e usare l’amoreggiamento per segnalare i rischi dell’(im)possibile ritiro dall’Europa.
L’iniziativa sarebbe inoltre cruciale qualora gli Stati Uniti decidessero di intensificare la pressione verso la Cina e costringere i clientes a interrompere l’interscambio con Pechino. L’India, dal canto suo, vorrebbe sfruttare tale apertura economica come leva negoziale nelle trattative sui dazi al 50% imposti da Washington.
Il senso delle purghe cinesi
Di Federico Bertasi
Il ministero della Difesa cinese ha rimosso e posto sotto indagine Zhang Youxia, vicepresidente della Commissione militare centrale e secondo in comando delle Forze armate dopo Xi Jinping.
Nell’ultimo lustro lo scontro tra presidenza e Forze armate si è acceso sensibilmente, con Xi che ha provato a sostituire l’intera catena di comando dell’esercito nel tentativo di schermarsi dalla congiura dei militari. Ufficialmente Zhang sarebbe stato liquidato perché reo d’«aver gravemente tradito la fiducia riposta in lui dall’intero paese». Una formula assai differente rispetto alle canoniche accuse di corruzione maneggiate per le epurazioni precedenti.
Da tempo i due possedevano una netta divergenza sul futuro della Cina. Forte del consenso di una parte consistente degli apparati della Difesa, il generale spingeva verso una decisa svolta militarista. E non soltanto intorno a Taiwan. La destituzione segnala il momento complesso vissuto dalle Forze armate della Repubblica Popolare. Vero, negli ultimi anni Pechino ha notevolmente accelerato lo sviluppo tecnologico per avvicinarsi o pareggiare il progresso statunitense.
Ma l’accentramento del potere propugnato da Xi riflette la debolezza del presidente, altrettanto messo alla prova dalla (malcelata) stagnazione economica, dall’invecchiamento della popolazione e dall’acuirsi del divario interno al paese. Oltre ad aumentare la schiera dei congiuranti, i frequenti cambi al vertice potrebbero rallentare ulteriormente lo sviluppo nel settore bellico. Così come già accaduto negli anni precedenti.
Secondo quanto diffuso da anonimi funzionari americani, Zhang Youxia sarebbe stato rimosso poiché colpevole d’aver diffuso informazioni sul programma nucleare cinese con Washington. Difficile stabilire se si tratti di bluff o realtà. Ma per gli statunitensi la rimozione del generale potrebbe rivelarsi complessa. A dispetto delle divergenze, Zhang era tra i pochi membri delle Forze armate mandarine con cui i funzionari di Washington riuscivano a dialogare.