Una rivoluzione giapponese?
Di Giacomo Stefani
Domenica si sono svolte le elezioni nazionali in Giappone che hanno visto trionfare la prima ministra uscente Sanae Takaichi con largo consenso. Già lo scorso ottobre Takaichi aveva assunto il controllo del governo attraverso votazioni interne al partito liberal-democratico, ergendosi ad «alfiere di una linea marcatamente più aggressiva nei confronti di Pechino». Ma a gennaio la stessa ha indetto elezioni anticipate per ottenere una estesa maggioranza e un margine di manovra più ampio.
Al di là delle questioni economiche e della ricerca di una maggiore stabilità governativa, il punto centrale riguarda la revisione della costituzione pacifista, assai complessa da attuare nonostante il roboante successo. Oltre a richiedere una maggioranza dei due terzi in entrambi i rami della Dieta nazionale (attualmente Takaichi non ha la maggioranza nella Camera alta), gli emendamenti devono anche essere sottoposti a referendum popolare.
Scenario a cui guarda con forte preoccupazione la Cina, consapevole di essere di fronte a un mutamento di postura da parte di uno dei principali rivali regionali. Di qui l’intervento retorico e militare di Pechino delle scorse ore. Mentre il ministero degli Esteri ha rilasciato una nota in cui ha sottolineato la «centralità delle elezioni nipponiche» per la Repubblica Popolare, martedì l’esercito mandarino ha inviato quattro navi da guerra presso le contese isole Senkaku, che per circa due ore hanno violato le acque territoriali del Giappone.
Gli Stati Uniti puntano sul Caucaso
Di Franz Simonini
Dopo alcuni giorni in Italia, questa settimana il vicepresidente statunitense James Vance si è recato in visita ufficiale in Armenia e Azerbaigian. L’attivismo di Washington nella regione mira a consolidare il trattato di pace siglato lo scorso agosto tra Erevan e Baku per ergersi come garante dell’area. Al centro della contesa vi è soprattutto la volontà di influenzare i transiti eurasiatici come il Corridoio di Zangezur, il nodo vitale diretto per il collegamento tra Cina, Mar Caspio, Caucaso e Turchia; e quello di Laçin, tra il Nagorno-Karabakh e l’Armenia.
La manovra ha portato alla sottoscrizione di un accordo di cooperazione economica e di sicurezza con Baku e all’intesa per la costruzione di centrali nucleari con Erevan. Al contempo la rinnovata promozione della Trump route for international peace and prosperity (Tripp), un progetto di 43 chilometri destinato a collegare la provincia armena del Syunik, l’exclave azera di Naxçivan, con Turchia e Azerbaigian, intende acuire la centralità di Washington nelle rotte commerciali (e militari). Proprio da qui la superpotenza vorrebbe sostituirsi a russi e iraniani, oltre che fronteggiare le ambizioni di Ankara e contenere la penetrazione cinese in Asia centrale.
La Cina torna a Tripoli
Di Andrea Riboldi
Negli ultimi giorni Pechino ha accresciuto la propria presenza in Libia. Dopo oltre dieci anni, il governo della Repubblica Popolare ha nominato un nuovo ambasciatore a Tripoli, riaprendo un canale rimasto temporaneamente congelato.
La mossa cinese non arriva in un frangente inedito. Già lo scorso dicembre il Pakistan, sponda cinese nell’area, aveva ratificato con le Forze della Cirenaica un’intesa militare di ampia portata, suggerendo la volontà di Pechino di approdare nuovamente nella regione.
Al di là degli sbandierati interessi commerciali, oggi i mandarini vorrebbero inserirsi in Nordafrica per accrescere la propria influenza sia nel Sahel che (soprattutto) nel Mediterraneo. Con al centro la volontà di segnalare agli statunitensi come l’eccessiva esposizione nel teatro indopacifico in chiave anticinese rischierebbe di spalancare inediti fronti di scontro lungo il pianeta.
Washington prova a dividere il Canada
Di Tommaso Tartaglione
Nelle scorse ore si sono ulteriormente infiammate le tensioni tra Canada e Stati Uniti. Secondo quanto rivelato dai media britannici, almeno dallo scorso aprile diversi membri dell’Alberta Prosperity Project, gruppo separatista dell’omonima provincia canadese, si sarebbero incontrati con gli ufficiali del dipartimento di Stato americano. Al centro vi sarebbe la volontà di sostenere l’indipendenza della regione dal governo centrale tramite referendum, attualmente in fase di preparazione.
Benché (oggi) i sondaggi ritengano altamente improbabile l’esito positivo della consultazione, l’azione della Casa Bianca rimane assai significativa. Consapevoli della percepita diversità culturale e politica del territorio di Sua Maestà, oltre che delle sue ingenti risorse naturali, gli apparati washingtoniani stanno tentando sotterraneamente di dividere il fronte interno, stimolando frazionismi intestini. Questo il senso delle più o meno scenografiche manovre intorno all’Alberta, svelate, guarda caso, poco dopo il discorso delle «medie potenze» pronunciato dal primo ministro Mark Carney a Davos – tenuto in parte in francese quebecchese.
Tutt’altro che intenti a nascondersi, gli Stati Uniti non hanno negato l’interesse per le vicende albertane, deflagrate nelle scorse ore in accuse di tradimento e sedizione da parte del governo federale di Ottawa verso i rappresentanti scissionisti. Con le autorità canadesi che temono il ripetersi, con diversi mezzi e modalità, dell’esperimento texano. A loro svantaggio. E su cui Washington, nell’attesa, potrebbe ritornare.