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Quattro anni di guerra in Ucraina, rivolte in Messico, India e Brasile vs Cina, Turchia ed Etiopia, Venezuela si allontana da Cuba

Quattro anni di guerra in Ucraina, rivolte in Messico, India e Brasile vs Cina, Turchia ed Etiopia, Venezuela si allontana da Cuba

Ucraina, anno quarto

Di Federico Bertasi

Quattro anni dopo, il conflitto in Ucraina rimane in divenire. Pensata dal Cremlino come immediata, l’operazione militare russa s’è rapidamente trasformata in una guerra di attrito lungo il saliente orientale. Oggi Mosca controlla soltanto il 20% del territorio ucraino e non occupa neppure l’intero Donbass – che considerava proprio già prima del 2022. Sospensione resa possibile dall’inattesa capacità degli ucraini di compattarsi intorno alla bandiera e resistere sul campo di battaglia. Oltre che dalle decisive forniture militari degli americani e dei loro alleati.

Per gli Stati Uniti il sostegno all’Ucraina è stato centrale per indebolire Mosca e rompere (temporaneamente) la saldatura tra russi ed europei. Ma negli ultimi anni la convergenza con Pechino ha incrementato le paure di Washington. Di qui la sbandierata apertura degli americani verso i russi, nel frattempo diventati soci di minoranza dei cinesi. Convulsione al solito fraintesa come soltanto dipendente da Donald Trump; nella realtà possibile giacché supportata da frange consistenti degli apparati d’oltreoceano. Così nell’ultimo anno Washington ha pressato Mosca e Kiev per giungere a una tregua. Anche a costo di ricalibrare le forniture belliche all’Ucraina e maltrattare i clientes europei, accusati di non contribuire adeguatamente agli sforzi dell’impero.

Tentativo che finora si è rivelato piuttosto vano a causa delle richieste dei belligeranti. Mentre i russi chiedono l’intero Donbass e il ritiro dei contingenti militari stranieri dispiegati sul terreno; gli ucraini non intendono cedere porzioni di territorio senza prima ricevere garanzie securitarie da parte degli statunitensi. Condizione ritenuta vitale per prevenire un nuovo attacco di Mosca.

Che succede in Messico

Di Giacomo Stefani

Domenica le Forze di sicurezza messicane hanno intercettato e ucciso Nemesio Rubén Oseguera Cervantes – noto anche come «El Mencho» – fondatore e capo del Cartel Jalisco Nueva Generación (Cjng), radicato in quasi la metà del paese. Insieme a lui sono morte anche sei guardie del corpo.

Assurto a signore della droga in Messico dopo il ridimensionamento del cartello di Sinaloa avvenuto in seguito alla cattura di Joaquín «El Chapo» Guzmán, già nel 2015 El Mencho fu bersaglio di un fallito tentativo di cattura. E allora nell’operazione fu perfino abbattuto un elicottero dell’esercito messicano.

La morte di Nemesio Oseguera Cervantes ha provocato la furente reazione del cartello di Jalisco, specie nell’omonimo Stato, che ha organizzato blocchi stradali e sommosse. Soltanto nelle ultime ore i tumulti sembrano essersi progressivamente attenuati.

Finora l’intervento si è rivelato un successo per il governo del gigante latino. Ma nelle prossime settimane l’esercito messicano dovrà necessariamente contenere la spirale di violenza innescata dal vuoto di potere spalancato dalla morte di Nemesio Oseguera Cervantes.

Secondo quanto rivelato dai funzionari statunitensi anche l’intelligence della superpotenza avrebbe collaborato con le Forze di sicurezza messicane per localizzare El Mencho. Da tempo Washington chiedeva un intervento più deciso nel contrasto al traffico di droga, specie di fentanyl. E nella congiuntura attuale il tempismo non è casuale. Motivo per cui la presidente messicana Sheinbaum ha provato a smarcarsi dall’eccessiva vicinanza con gli Stati Uniti ribadendo come «le Forze di Washington non siano intervenute direttamente nell’operazione». Manovra utile per allontanare l’ipotesi di un’operazione statunitense in terra messicana. Nei prossimi mesi la reazione dei cartelli potrebbe rivelarsi funzionale agli statunitensi per destabilizzare il Messico e costringerlo a ridurre i dialoghi con cubani e cinesi.

India e Brasile sfidano la Cina

Di Franz Simonini

Questa settimana India e Brasile hanno siglato un accordo di cooperazione per l’estrazione di materie prime critiche e per lo sviluppo di semiconduttori. L’intesa punta a ridurre il monopolio esercitato dalla Cina, capace di controllare circa il 70% dell’estrazione globale e oltre il 90% dei processi di raffinazione.

A dispetto dell’appartenenza reciproca di cornice al Mondo Contro e della funzionale afferenza ai Brics, le disponibilità mandarine rappresentano una vulnerabilità per Delhi, che da diversi anni vorrebbe emanciparsi tecnologicamente dalle potenze e sviluppare autonomamente parte dei circuiti integrati. L’accesso alle riserve brasiliane di litio e niobio situate nella Vale do Jequitinhonha (Minas Geras) garantirebbe le materie prime necessarie per la produzione nei nuovi poli produttivi in Gujarat e nell’Assam, assicurando l’indipendenza nei comparti elettronici e della Difesa rispetto a Pechino.

D’altro canto, Brasilia, detentrice delle seconde riserve mondiali di minerali critici (stimate in 21 milioni di tonnellate), vorrebbe utilizzare l’accordo come contrappeso alla penetrazione mandarina nell’America Latina, aprendo agli investimenti indiani su infrastrutture, intelligenza artificiale ed elevando l’interscambio economico a 20 miliardi di dollari entro i prossimi cinque anni.

La Turchia guarda l’Etiopia

Di Pietro Matteo Salvia

Nelle scorse ore il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan si è recato ad Addis Abeba per una visita ufficiale, la prima in Etiopia dal 2015. Mentre sul piano formale l’incontro si è concentrato sulla cooperazione commerciale ed energetica (in particolare nel settore idroelettrico), il vero fulcro della discussione è stato l’aumento della tensione nel Corno d’Africa.

Per la Turchia il limite orientale del continente possiede un valore strategico cruciale, giacché la regione si affaccia sulle porte d’accesso al Canale di Suez e sulle rotte che collegano il Mediterraneo all’Oceano Indiano. Di qui la vasta presenza di Ankara in Somalia, dove proprio a Mogadiscio possiede la più grande base militare all’estero e un peso significativo sulle questioni interne al paese.

Ma negli ultimi mesi l’avvicinamento tra Italia ed Etiopia e (soprattutto) il riconoscimento israeliano del Somaliland hanno costretto i turchi a mobilitarsi. Preoccupato di perdere margine di manovra nel Corno, il governo ancirano ha provato ad avvicinarsi a Addis Abeba – anche a dispetto delle prolungate ostilità con la Somalia e dell’arcinoto sostegno etiope al Somaliland (in chiave anti-somala, dunque anche anti-turca).

Acrobazia che potrebbe rivelarsi oltremodo rischiosa sul piano tattico, ancor più perché accolta con notevole timore dal governo di Mogadiscio. Eppure capace di riflettere l’eccezionale capacità della Turchia di muoversi su più tavoli per tutelare i propri interessi strategici.

Il Venezuela si allontana da Cuba

Di Andrea Riboldi

Secondo quanto rivelato da diversi funzionari statunitensi negli ultimi giorni alcuni consiglieri della sicurezza, agenti d’intelligence e sanitari cubani avrebbero iniziato a lasciare il Venezuela. Ciò sarebbe innescato della forte pressione statunitense esercitata sul paese sudamericano dallo scorso gennaio.

Il segnale più evidente emergerebbe soprattutto sulle figure apicali del nuovo governo. La presidente ad interim Delcy Rodríguez avrebbe affidato la propria protezione a guardie del corpo venezuelane, rompendo la prassi consolidata da Hugo Chávez e Nicolás Maduro, entrambi scortati da unità d’élite cubane. La svolta segue l’operazione della superpotenza che ha condotto alla cattura del suo predecessore e alla morte di 32 cubani incaricati di proteggere Maduro. Inoltre molteplici consiglieri cubani sarebbero stati rimossi anche dalla Direcciòn General de Contrainteligencia Militar, il potente apparato di controspionaggio carachegno, cruciale per salvaguardare gli interessi dell’Avana in Venezuela.

Oltre a monitorare i movimenti dei vertici governativi venezuelani, con questa manovra Washington intende isolare definitivamente Cuba, finora assai dipendente dalle forniture energetiche di Caracas.

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