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La prima settimana di conflitto in Medio Oriente

La prima settimana di conflitto in Medio Oriente

Che succede nella guerra all’Iran

Di Dario Fabbri

In Iran la Casa Bianca s’è lasciata pericolosamente ingolosire. Da molteplici fattori.

La contrarietà del regime iraniano ad abbandonare i programmi nucleare e balistico; la pressione della Cia e di Israele (più Arabia Saudita); la sopravvalutazione della precedente operazione in Venezuela; l’illusione tutta occidentale che gli iraniani vogliano sostituire la teocrazia con un regime filostatunitense.

Come scritto da Domino e confermato nelle prime fasi del conflitto da esponenti anonimi degli apparati washingtoniani al New York Times, ancora fino a pochi giorni fa l’amministrazione trumpiana intendeva utilizzare il massiccio dispiegamento di mezzi militari per imporre alla Repubblica Islamica la consegna dell’uranio arricchito, l’autodistruzione delle principali centrali nucleari, la notevole limitazione dell’arsenale balistico. Di fatto, la totale capitolazione altrui.

Con il negoziato bilaterale ampiamente inconcludente, negli ultimi giorni è montata la pressione degli israeliani e dei sauditi, sicuri fosse il momento migliore per attaccare un nemico indebolito dal collasso dei propri agenti esterni (su tutti, Hezbollah, alauiti, Hamas), dunque meno capace di rappresaglia rispetto a qualche anno fa. A questa s’è unito il favore della Cia, capace di tracciare con precisione gli spostamenti della Guida Suprema Ali Khamenei. Qui la svolta.

Inizialmente convinto soltanto d’autorizzare un attacco ai siti balistico/nucleari e alle postazioni dei pasdaran, Trump s’è affidato ai neocon stanziati nell’intelligence (e nel dipartimento di Stato), da sempre fautori di un intervento contro gli ayatollah, anche per la riluttanza del Pentagono nel puntare al cambio di regime, segnalata a metà febbraio da Dan (Raizin) Caine, capo degli Stati Maggiori Riuniti. Scoperto dove ieri mattina si sarebbero incontrati la Guida Suprema e gli altri vertici della Repubblica Islamica, l’agenzia di Langley ha girato le informazioni a Israele che ha materialmente colpito e ucciso Khamenei, oltre al capo delle guardie rivoluzionarie, Mohammad Pakpour, al capo del consiglio di Difesa, Ali Shamkhani, al ministro della Difesa, Amir Nasirzadeh. Mentre le Forze armate statunitensi e ancora israeliane bombardavano il resto del paese.

Nella decisione di Trump vi è anche la sopravvalutazione di quanto capitato due mesi fa in Venezuela. Ovvero, l’impressione di poter cambiare la traiettoria di un antagonista decapitandone il regime. Ammesso questo sia avvenuto a Caracas – sarà possibile giudicarlo soltanto quando si interromperà definitivamente l’embargo dal cielo e dal mare imposto da Washington – sarebbe comunque assai più complicato da realizzare in Iran, un impero interno da oltre 90 milioni di abitanti.

Nel determinare l’attacco s’è poi inserito il solito pregiudizio occidentale e occidentalista per cui gli altri umani sognerebbero di diventare noi e, qualora ne avessero possibilità, costituirebbero un regime identico al nostro. «Curdi, baluci, azeri e parzialmente anche i persiani detestano la teocrazia», è stato spiegato al presidente da molti neocon, introdotti da Marco Rubio, in possesso almeno di alcuni rudimenti relativi al contesto, ma viziati da una visione centrata sull’Occidente, già clamorosamente confutata in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria, eppure difficile da estirpare dalle loro (e dalle nostre) teste.

Più seriamente, una porzione di persiani, etnia dominante della Repubblica Islamica, vorrebbe superare l’attuale contesto perché provata dall’aver puntellato per anni una sfera d’influenza finita in polvere (la cosiddetta Mezza Luna sciita), perché ormai estranea al panislamismo imperiale, perché rabbiosa verso ayatollah che si lasciano umiliare dai propri nemici.

Ma, senza un intervento di terra da parte statunitense, il rovesciamento dell’attuale Stato resta complicato e, pure avvenisse, rimane improbabile che nel medio periodo il prossimo regime sia come lo immaginiamo da qui. Probabilmente, oltre agli attacchi dal cielo e dal mare, l’amministrazione trumpiana non possiede un piano B, a parte qualche limitata incursione delle Forze speciali.

Sicché nei prossimi giorni continuerà l’operazione in corso, sperando d’assistere al crollo indotto della Repubblica Islamica. Quindi avvierà nuovamente il negoziato.

A meno che non si lasci definitivamente traviare dai neocon, lanciandosi in una guerra prolungata o addirittura in un’invasione di terra. Rischiando la disfatta. Per davvero.

Perché russi e cinesi non moriranno per l’Iran

Di Federico Bertasi

Finora cinesi e russi si sono limitati a condannare l’attacco di Stati Uniti e Israele soltanto sul piano retorico. Ma dietro le dichiarazioni di circostanza si celano obiettivi differenti.

Dopo aver rifornito per anni la Repubblica Islamica con armamenti e sistemi radar, adesso la Cina vorrebbe profittare del conflitto per trascinare gli Stati Uniti nell’ennesimo impantanamento in Medio Oriente. Nelle prime ore dell’operazione israelo-statunitense gli armamenti cinesi avrebbero complicato alcune manovre di Washington e consentito agli iraniani di comunicare nonostante le attività di disturbo. Similmente i mandarini potrebbero aver condiviso con Teheran informazioni di intelligence tramite i molteplici satelliti in orbita.

Le ostilità consentono anche alla Repubblica Popolare di acquisire informazioni preziose sulle prestazioni dei radar cinesi nel tracciamento dei velivoli statunitensi e sul funzionamento dei sistemi di comunicazione in condizioni critiche. Inoltre un prolungamento della guerra potrebbe costringere gli Stati Uniti a sprecare molti intercettori Thaad, centrali in caso di eventuale conflitto con la Cina.

Ma per Pechino l’ampliamento del conflitto mediorientale possiede anche molteplici risvolti negativi. Dal punto di vista energetico la Cina è assai dipendente dal teatro levantino. Mentre il 10% delle importazioni petrolifere mandarine giunge dall’Iran, quasi la metà dell’intero fabbisogno del paese transita attraverso lo Stretto di Hormuz. La Repubblica Popolare dispone di riserve petrolifere stimate tra 60 e 90 giorni. Un’eventuale occlusione dello Stretto oltre questo lasso di tempo la costringerebbe a razionare le scorte e rallentare la propria produzione industriale. Con inevitabili ripercussioni in molti settori cruciali. Peraltro Pechino possiede fitti rapporti con diversi paesi del Golfo, rendendo complesso sostenere con eccessiva enfasi lo sforzo bellico di Teheran – anche soltanto retoricamente.

Diverso invece l’approccio della Russia. Benché negli anni il Cremlino si sia speso per cooperare con la Repubblica Islamica sia sul piano (geo)politico che militare, l’eccessivo impegno nel conflitto ucraino ha impedito ai moscoviti di sostenere lo sforzo di Teheran contro gli statunitensi. Epperò la Federazione potrebbe trarre vantaggio dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e dall’ampliamento della guerra, profittando sia dell’aumento dei prezzi degli idrocarburi che della distrazione americana dal teatro ucraino. Dinamica che ha indotto il Cremlino a fornire all’Iran informazioni di intelligence per colpire le Forze statunitensi. Oltre che restituire il trattamento subito in Ucraina.

L’Iran spera nel tempo

Di Giacomo Stefani

Dopo sette giorni di guerra la Repubblica Islamica viene puntualmente dipinta come prossima a capitolare. Ma per quanto priva del controllo dei cieli e delle acque, almeno finora la catena di comando del regime rimane intatta.

Al contrario negli ultimi giorni ha continuato ad allungarsi la lista dei paesi coinvolti nella rappresaglia iraniana. Mentre mercoledì un missile balistico è stato intercettato nei cieli della Turchia, ieri diversi droni hanno colpito un aeroporto e una scuola in Azerbaigian.

Secondo quanto rivelato da anonimi funzionari americani, nelle ultime ore la Russia starebbe fornendo all’Iran informazioni di intelligence per colpire le Forze statunitensi. Al centro vi è soprattutto la volontà di impegnare Washington nel teatro mediorientale e ricambiare lo smacco subito in Ucraina. Allo stesso modo da alcune ore si rincorrono voci su una possibile offensiva curda manovrata da statunitensi e israeliani per penetrare nel territorio iraniano. Scenario assai rischioso e che ha spinto Teheran a colpire obiettivi sensibili nel Kurdistan iracheno.

Al momento l’unico fronte terrestre (parzialmente) attivo resta quello libanese. Nelle ultime ore Israele ha condotto massicci bombardamenti su Beirut provocando l’esodo di 700mila persone. La Siria starebbe blindando i suoi confini per impedire infiltrazioni da parte di Hezbollah.

Dopo la morte di Ali Khamenei lo Stato ebraico ha colpito molteplici centri di comando afferenti alla milizia Basij e ha dichiarato di aver colpito almeno 300 siti missilistici. E il Pentagono ha segnalato di aver affondato più di 30 navi iraniane, fra cui la Iris Dena nell’Oceano Indiano

Al contempo l’Iran continua a colpire città israeliane (soprattutto Tel Aviv), basi americane (Erbil in Iraq, Sheikh Isa in Bahrein e Al-Udeid in Qatar) e ambasciate. Oltre a centrare obiettivi militari e diplomatici, Teheran vorrebbe logorare le difese avversarie, costringendo Stati Uniti e paesi del Golfo a consumare i missili intercettori impiegati contro le ondate di droni Shahed.

Per quanto negli scorsi giorni Donald Trump abbia assicurato di avere «munizioni illimitate», il Pentagono starebbe scivolando pericolosamente sotto la soglia critica delle scorte di missili Patriot. Di qui l’ipotesi delle scorse ore di trasferire i vettori presenti in Corea del Sud nel teatro mediorientale.

Preoccupati dal prolungamento del conflitto, da alcune ore i paesi del Golfo starebbero agitando lo spauracchio energetico per convincere gli Stati Uniti a interrompere le ostilità.

Una nuova Guida suprema per l’Iran?

Di Tommaso Tartaglione

In queste ore i vertici iraniani sarebbero al lavoro per nominare la nuova Guida suprema del paese. Riunitasi poco dopo la morte di Ali Khamenei, l’Assemblea degli esperti avrebbe inizialmente scelto Mojtaba Khamenei, secondogenito dell’alto ayatollah ucciso lo scorso sabato.

L’elevazione di Mojtaba a Rahbar della Repubblica Islamica sarebbe innescata perlopiù dalla necessità di garantire la continuità politico-religiosa del regime, assicurandone la stabilità in una fase di grande sconvolgimento per il paese. Membro delle Guardie della rivoluzione tra il 1987 e il 1988, Mojtaba è stato a capo della Forza paramilitare dei Basij nel 2009, con contatti all’interno delle Forze Quds per l’organizzazione di azioni coperte a supporto di Hamas, Hezbollah, della Jihad palestinese e delle milizie sciite irachene.

Nonostante la candidatura concorrente di Hassan Khomeini, avente forte ascendente soprattutto su parte del clero, l’esperienza maturata da Mojtaba negli apparati di sicurezza potrebbe risultare determinante. Ciò grazie anche ai pasdaran, che starebbero condizionando la nomina dell’Assemblea attraverso manovre «al di fuori delle procedure legalmente previste».

Eppure l’investitura sarebbe momentaneamente sospesa a causa delle ampie tensioni interne al regime, alimentate soprattutto dalla divergenza tra chierici e militari. Ma v’è di più. I vertici iraniani temono che in questa fase del conflitto un’eventuale nomina ufficiale possa trasformare Mojtaba Khamenei in un bersaglio diretto per Stati Uniti e Israele. Di qui l’oculato attendismo delle ultime ore.

Al contempo è assai complesso che la nomina della prossima Guida suprema possa incidere davvero sul conflitto in corso e sulla tenuta interna dell’Iran, in questo frangente ancor più diviso tra le sue differenti anime.

Come si è allargata la guerra

Di Giacomo Stefani

All’inizio della settimana la guerra s’è estesa in (quasi) tutto il Medio Oriente. Trafitta da almeno 3mila bombe in due giorni, la Repubblica Islamica s’è scagliata contro i rivali. In Israele il sistema Iron Dome ha intercettato larga parte dei vettori iraniani, ma diversi sono riusciti a colpire alcune aree di Gerusalemme Ovest, Beit Shemesh e Tel Aviv.

Al contempo Teheran ha lanciato droni e missili contro le basi americane presenti in Kuwait, Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Molti dei danni riportati sugli edifici civili sono stati prodotti dai detriti dei missili abbattuti. Così l’Iran ha pure colpito Arabia Saudita e Oman, colpevoli secondo Teheran d’aver macchinato assieme agli statunitensi contro la Repubblica Islamica. Di qui gli attacchi verso la raffineria saudita di Ras Tanura, la base aerea Prince Sultan e il porto omanita di Duqm.

Alla reazione persiana si sono mobilitate le milizie di Hezbollah, capaci di trascinare il Libano nel conflitto. Mentre gli agenti iraniani hanno lanciato razzi e droni contro il sito di Difesa missilistica di Mishmar HaCarmel, nella parte meridionale di Haifa, Israele ha bombardato le aree di confine e Beirut.

Alcuni droni della Repubblica Islamica avrebbero anche colpito la base aerea britannica di Akrotiri a Cipro. L’attacco sarebbe causato dalla concessione di Londra all’utilizzo di installazioni militari per bombardare i siti missilistici iraniani.

Da domenica Teheran sta rallentando il traffico nello Stretto di Hormuz, giugulare da cui passa il 20% del petrolio e il 30% del gas naturale liquefatto mondiale, per spingere statunitensi e israeliani a interrompere le ostilità. Manovra che tuttavia potrebbe rivelarsi assai problematica anche per la stessa Repubblica Islamica.

Intanto secondo il Pentagono tre F-15 americani sarebbero stati erroneamente abbattuti delle Difese aeree del Kuwait. E dall’inizio delle operazioni almeno 6 soldati degli Stati Uniti sarebbero rimasti uccisi.

Mentre in Iran la popolazione rimane divisa. L’annuncio della morte di Ali Khamenei ha provocato reazioni opposte. Da un lato manifestazioni di esultanza, dall’altro cortei e iniziative di cordoglio accompagnate da dichiarazioni di sostegno al regime.

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