Che succede in Medio Oriente
Di Tommaso Tartaglione
Stallo statunitense, frenesia israeliana, resistenza iraniana. Pendolo del conflitto, che ha visto, negli ultimi giorni, la superpotenza e lo Stato ebraico colpire la Repubblica Islamica su più fronti. Dapprima il giacimento gasiero di South Pars, principale conduttura economica per i pasdaran, cui sono seguiti reciproci lanci missilistici iraniani su installazioni energetiche, militari e di desalinizzazione nel golfo. E verso Israele.
Poi in direzione della leadership. Nelle ultime ore i servizi e le Forze armate israeliane hanno (ri)confermato l’intento di decapitare i quadri del regime. Intenzione palesatasi con la morte del ministro dell’intelligence della Repubblica Islamica Esmaeil Khatib e del capo del Consiglio supremo di sicurezza Larijani, pochi giorni fa acclamato dalla folla durante la giornata di Quds, entrambi colpiti dall’aeronautica di Gerusalemme.
Benché l’esautorazione degli alti papaveri possa rallentare l’azione iraniana – di oggi la notizia dell’uccisione del generale Ali Mohammad Naeini, portavoce delle guardie rivoluzionarie – essa non muterà il conflitto. Ancor meno la sua conclusione, dacché sempre più pare condensarsi il fronte interno a favore del regime. Soprattutto di qui nascono le difficoltà della Casa Bianca, meno quelle del governo israeliano malgrado l’apertura (parziale) del fronte libanese e siriano.
Dopo tre settimane di guerra, Washington vorrebbe la resa degli ayatollah, l’apertura di Hormuz per mezzo dell’isola di Kharg attraverso una paventata invasione di terra e un freno alla smania gerosolomitana. Epperò l’attuale frangente vede i desiderata della grande potenza rimanere sulla carta. Forse ancora per molto tempo.
Prossima fermata: Cuba
Di Federico Bertasi
Negli scorsi giorni l’amministrazione statunitense ha alzato la pressione sull’isola caraibica. Interpellato dai media, lo stesso presidente ha dichiarato d’essere «pronto a intervenire molto presto», esortando il governo cubano a farsi da parte come accaduto con «Iran e Venezuela».
Con l’intervento militare in Medio Oriente in una fase dai contorni quantomeno indefiniti, e con la teocrazia ancora in piedi, la Casa Bianca sta rilanciando la questione cubana (anche) per spostare l’attenzione dall’Iran. Ma non è soltanto retorica.
Dopo l’operazione venezuelana dello scorso gennaio l’isola caraibica ha perso il suo principale fornitore di petrolio, costringendo la popolazione ad affrontare diffuse interruzioni di corrente e il drastico aumento dei costi. Soffocamento tutt’altro che inedito per i cubani, che da oltre sessant’anni convivono con le dure sanzioni imposte da Washington. Peraltro alla fine di gennaio il presidente statunitense ha firmato un ordine esecutivo che impone sanzioni a chiunque fornisca petrolio al governo cubano, costringendo soprattutto il Messico a stroncare l’afflusso energetico offerto all’isola caraibica. Così l’Avana ha provato a richiedere aiuto a Mosca e Pechino, ricevendo unicamente il (vuoto) sostegno diplomatico. Mentre la Russia è quasi interamente risucchiata dal teatro ucraino, la Cina non può – né vuole – esporsi per Cuba.
Benché ancora limitate e assai meno estese rispetto alle proteste del 2021, nelle ultime settimane sono aumentate le manifestazioni di dissenso verso il governo cubano. E in questa fase gli statunitensi vorrebbero sfruttare il parziale embargo imposto all’isola per cavalcare le privazioni diffuse nella popolazione e insediare un governo affine a Washington. Soluzione decisamente più conveniente rispetto all’ennesimo azzardo militare.
Il senso della legge sull’unità etnica cinese
Di Franz Simonini
La scorsa settimana, durante la quarta sessione del quattordicesimo Congresso nazionale del popolo, il governo cinese ha promulgato la legge sulla promozione dell’unità e del progresso etnico per rafforzare ulteriormente l’assimilazione dei molteplici gruppi etnici ufficialmente riconosciuti.
Oggi la Repubblica Popolare è composta per il 92% da han e per l’8% dalle restanti 55 minoranze che, secondo dottrina pechinese, formano nel complesso la “razza cinese” (zhonghua minzu, 中华民族). Il provvedimento intende perseguire una maggiore omologazione culturale, imponendo obblighi a una platea estesa di soggetti: dalle organizzazioni di massa alle imprese, dalle istituzioni religiose ai comitati di quartiere, fino alle Forze armate.
Al di là della rinnovata affermazione della coesione interna – pensata per impedire defezioni interne dallo Xinjiang al Tibet – l’iniziativa ha anche come obiettivo l’aumento della pressione nei confronti di Taiwan. Benché l’isola non venga citata esplicitamente, una clausola impone di promuovere gli scambi economici e culturali tra le due sponde; di approfondire l’integrazione nei comparti produttivi e culturali; e di rafforzare il senso di appartenenza dei taiwanesi allo zhonghua minzu.
Taipei ha sottolineato come il nuovo impianto sia un salto significativo rispetto al passato. Finora il rischio giuridico riguardava unicamente i sostenitori dell’indipendenza, ma il recente provvedimento estende le possibili conseguenze a chiunque non promuova attivamente la riunificazione. Di qui il possibile utilizzo strumentale della legge per giustificare un intervento diretto (anche militare) nel contesto taiwanese, inquadrandolo come repressione di una realtà ostile e ribelle interna.
Come si muove la Cina a Taiwan
Di Andrea Riboldi
Nelle ultime settimane la Cina ha ridotto i pattugliamenti attorno a Taiwan, interrompendo (temporaneamente) una pressione militare che proseguiva da mesi. Al contempo, il governo mandarino ha rilanciato la cosiddetta “riunificazione pacifica”, offrendo all’isola «maggiori sicurezze energetiche e commerciali» in un frangente in cui le rotte nello Stretto di Hormuz risultano interrotte.
In attesa di comprendere l’evoluzione della campagna statunitense in Medio Oriente, in questa fase Pechino sta tentando di cavalcare le criticità taiwanesi per avvicinarsi all’isola e proporsi come alternativa con cui colmare il fabbisogno interno – quasi la totalità delle forniture energetiche di Taipei provengono dall’estero; oltre il 30% transita dallo Stretto di Hormuz.
Al di là del più o meno efficace aspetto retorico – difficilmente gli abitanti di Formosa modificherebbero lo status quo perché pressati dal caro dell’energia – la Repubblica Popolare si sta muovendo con tattica (e obbligata) pazienza. Nelle scorse ore un rapporto annuale dell’intelligence statunitense ha ribadito come Pechino non sarebbe ancora pronta a un’invasione militare dell’isola, né avrebbe fissato una scadenza precisa entro cui dotarsi delle capacità necessarie per condurla.
Mentre gli Stati Uniti sono impegnati in Venezuela, Ucraina e Iran, la Cina non sembra nelle condizioni di poter cingere verso sé Taiwan. Le fragilità strutturali del sistema mandarino, sommate a capacità militari ancora disomogenee, indicano che, ad oggi, un’operazione anfibia resterebbe ad altissimo rischio, soprattutto in presenza di un possibile coinvolgimento diretto di Washington. Anche di qui la riduzione temporanea della pressione militare marittima sull’isola.
È dunque con questa oscillazione che si legge la postura della Repubblica Popolare: Pechino continua a forzare la questione taiwanese come tema esistenziale, ma senza poter ancora decidere tempi e modalità dello scontro.