La tregua accende la guerra
Di Lucrezia Casarin
Poco prima della scadenza dell’ultimatum sbandierato da Donald Trump, Stati Uniti e Repubblica Islamica hanno raggiunto un accordo per un cessate-il-fuoco di due settimane. La (presunta) sospensione delle ostilità è arrivata dopo la sequela di minacce del presidente statunitense, che profilava di annientare «un’intera civiltà» qualora i pasdaran non avessero liberato lo Stretto di Hormuz. Ma le brutali sortite retoriche si sono scontrate con la realtà dei fatti.
Incapace di liberare con le armi il collo di bottiglia, Washington ha accettato di coordinare il passaggio delle navi mercantili nello Stretto con l’esercito iraniano. Non certo un successo.
Peraltro già alla vigilia dei negoziati Israele ha ricordato come la contesa con il Libano fosse esclusa da un eventuale cessate-il-fuoco. Così il paese dei cedri è tornato bersaglio degli attacchi dello Stato ebraico, che adesso intende prolungare la campagna militare per annichilire le capacità militari di Hezbollah e ampliare il proprio cuscinetto difensivo.
Pur eludendo le gravi perdite civili e militari subite, la propaganda iraniana ha dipinto l’accordo come «un’umiliante ritirata per Trump». Per Teheran è fondamentale preservare la tenuta della collettività persiana – temporaneamente ricompattata dagli attacchi dei rivali – per scongiurare il collasso della Repubblica Islamica.
Intanto l’Iran continua a mantenere il controllo dello Stretto e a dettarne le condizioni sia sul piano militare che economico. Ricorsi al marketing per salvare Hormuz, gli statunitensi hanno incassato il duro colpo inferto alla propria superiorità marittima. I risultati militari squadernati da Trump, attestati dalla distruzione delle Difese antiaeree iraniane e della Marina, non paiono convincenti per distogliere lo sguardo dall’errore strategico commesso dagli americani.
Lungi dall’aver chiuso la partita levantina, adesso Washington dovrà evitare che le scorribande israeliane possano riaprire le ostilità. Così come scongiurare che il pareggio con Teheran possa incrinare il controllo delle acque della superpotenza. Scenari tutt’altro che semplici per il Numero Uno.
Russi e cinesi aiutano Teheran (senza incastrarsi)
Di Franz Simonini
Nelle ultime settimane i satelliti russi hanno intensificato la sorveglianza su installazioni militari e infrastrutture critiche di almeno undici paesi mediorientali, fornendo a Teheran immagini ad alta risoluzione per condurre attacchi missilistici e con droni contro basi statunitensi e obiettivi regionali.
Secondo l’intelligence di Washington, nei giorni precedenti all’attacco iraniano contro il velivolo sentinella E-3 Sentry sarebbero stati registrati almeno nove sorvoli sulla cittadella militare saudita di King Khalid e sulla base aerea americana di Prince Sultan. Inoltre Mosca ha raccolto e condiviso immagini di diverse aree militari in Turchia, Giordania, Kuwait, Israele, Qatar, Iraq, Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Diego Garcia.
Il rapporto tra Mosca e Teheran non si è limitato alla dimensione satellitare. Le cellule informatiche russe hanno collaborato con gli iraniani per provare a bucare i sistemi di controllo degli impianti energetici israeliani e danneggiare le infrastrutture di telecomunicazione dei paesi del Golfo.
Al contempo anche la Cina ha fornito un imprescindibile supporto finanziario e militare per consentire alla Repubblica Islamica di sopravvivere. Mentre il governo centrale ha inviato tramite navi iraniane sanzionate diverse partite di perclorato di sodio, fondamentale per il combustibile dei razzi, le aziende mandarine di semiconduttori hanno rifornito l’esercito di Teheran con tecnologia critica per vettori e radar.
Impegnate a non provocare eccessivamente gli Stati Uniti, Russia e Cina hanno pure offerto sostegno diplomatico all’Iran in sede onusiana, ponendo il veto alla risoluzione del 7 aprile per la riapertura dello Stretto di Hormuz presentata dal Bahrain.
Fin dall’inizio del conflitto Pechino e Mosca hanno sostenuto la Repubblica Islamica per favorire l’impantanamento altrui. Mentre per la Federazione questo scenario sarebbe ottimale per ampliare il proprio margine in Ucraina, la Repubblica Popolare intende profittare della distrazione statunitense dall’Indopacifico per rafforzare l’influenza nella regione.
Perché l’Ucraina gioca in Medio Oriente
Di Lucrezia Casarin
Mentre i venti di guerra aleggiano in Medio Oriente, l’Ucraina offre la propria esperienza militare e le sue tecnologie a basso costo per contrastare i droni iraniani. Negli scorsi giorni, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskj si è recato nelle monarchie arabe del Golfo per discutere di cooperazione securitaria con i principali vertici istituzionali della regione. Dopo aver schierato circa 200 tra funzionari e militari esperti di Difesa aerea nel Golfo per condividere tattiche e competenze tecnologiche, Kiev ha offerto ai paesi mediorientali di scambiare i suoi intercettori con sistemi utili agli ucraini per annientare i missili balistici russi.
Per oltre quattro anni la Russia ha lanciato decine di migliaia di droni Shahed di foggia iraniana contro l’Ucraina, inducendo le Forze armate del paese ad affinare le proprie capacità di abbattimento. I numerosi attacchi sferrati dagli iraniani già nella prima settimana del conflitto in Medio Oriente hanno suscitato un’ondata di interesse per le tecnologie ucraine anti-Shahed.
Gli accordi – di natura decennale – sottoscritti con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, oltre a includere «lo scambio di competenze nel contrasto ai missili e ai sistemi aerei senza pilota», prevedono l’istituzione di catene di produzione congiunte per un valore di alcune decine di miliardi di dollari. Con il parziale ritiro degli aiuti militari da parte degli Stati Uniti, impegnati a sostenere i paesi del Golfo nella campagna contro l’Iran, l’Ucraina intende volgere lo sguardo altrove per attirare sostegno militare ed economico in funzione anti-russa. Così Kiev ha colto l’occasione per ridefinire il proprio ruolo da beneficiaria di aiuti militari a quello di fornitrice di tecnologie militari all’avanguardia, nobilitando il proprio operato e descrivendo la missione levantina come «un successo».
Il Congo balla tra Pechino e Washington
Di Andrea Riboldi
La Repubblica Democratica del Congo ha intensificato la cooperazione mineraria con la Cina, mentre si è trovata a gestire le crescenti pressioni degli Stati Uniti per ottenere un accesso più ampio al settore. Questa duplice dinamica segnala la volontà di Kinshasa di sfruttare la contesa tra potenze per accrescere il proprio margine regionale.
L’accordo con Pechino si inserisce in un quadro già consolidato. Le compagnie mandarine dominano il comparto estrattivo del gigante africano e la Repubblica Popolare è il principale creditore del paese. L’iniziativa prevede la cooperazione su dati geologici e lo sviluppo dell’industria mineraria locale. In tale quadro il rafforzamento del legame consente alla Cina di puntellare la ben radicata presenza e garantire il proprio fabbisogno di materie prime, specie nel settore militare e tecnologico.
Al contempo, Washington vorrebbe inserirsi tramite sostegno economico e securitario, soprattutto nelle aree orientali del paese segnate da conflitti tra gruppi armati legati a comunità locali di matrice hutu e tutsi. Al centro vi è la volontà statunitense di contenere il predominio mandarino nelle filiere dei minerali critici e rafforzare le proprie catene del valore.
Stretto tra le potenze, il Congo evita di schierarsi e mantiene strumentalmente aperti entrambi i canali per ampliare la propria leva tattica. E continuare a sopravvivere.