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Gli Emirati lasciano l’Opec, Medio Oriente, rallentamento economico cinese, guerra civile in Mali

Gli Emirati lasciano l’Opec, Medio Oriente, rallentamento economico cinese, guerra civile in Mali

Perché gli Emirati abbandonano l’Opec

Di Federico Bertasi

Martedì gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato che dal primo maggio usciranno dall’Opec e dall’Opec+, le organizzazioni che riuniscono alcuni dei più importanti paesi esportatori di petrolio al mondo. Dalla fondazione, avvenuta nel 1960 per mano di Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait e Venezuela, l’Opec si è progressivamente allargato per provare a influenzare il mercato globale del greggio. Dal 2016 l’associazione ha stretto un accordo con altri dieci Stati (tra cui la Russia) per formare l’Opec+.

Nei fatti (quasi) nulla ha mai unito i membri dell’organizzazione. Nei decenni sauditi, emiratini, iraniani, venezuelani e accoliti hanno cooperato in modo strumentale soltanto per massimizzare i propri profitti economici e geopolitici. Con tanto di reciproche accuse e minacce. Al contrario, diversi paesi guerreggiano su molteplici dossier e sono apertamente rivali – pensare che più di qualcuno quaggiù profetizzava l’imminente allineamento tra Opec e Brics, ulteriore farsa distillata con convinzione alle nostre latitudini.

Dopo essere stato duramente fiaccato dall’aumento delle esportazioni petrolifere americane dell’ultimo decennio, da febbraio il traballante fronte interno dell’organizzazione si è definitivamente spaccato a causa del conflitto tra Washington e Teheran. Fino al (telefonato) abbandono da parte di Abu Dhabi.

Attraverso l’uscita dall’Opec, adesso gli Emirati Arabi Uniti intendono stabilire da sé la propria produzione di greggio e rifiatare sul piano economico. Al contempo la scelta danneggerebbe fortemente i sauditi, finora capaci di imporre più o meno liberamente i prezzi del petrolio. Ma non è mai (solo) una questione di soldi. Tantomeno (solo) una diatriba regionale.

Da diversi anni gli americani vanno pressando gli emiratini per indebolire l’organizzazione in modo da acquisire maggiore centralità nelle catene del valore globale, aumentare l’afflusso di greggio e sfibrare russi e cinesi. Con l’interruzione del flusso di idrocarburi tramite Hormuz e il prolungato impegno bellico con la Repubblica Islamica, per sopravvivere la dinastia ha così ceduto alle spinte statunitensi in cambio di sostegno militare e finanziario – nelle scorse settimane Israele avrebbe pure fornito agli emiratini il sistema Iron Dome.

Benché inizialmente la Cina potrebbe beneficiare dell’abbassamento dei prezzi del petrolio, nel medio periodo volatilità delle quotazioni del greggio e rafforzamento statunitense nel Golfo rischiano di complicare notevolmente i piani energetici di Pechino.

Washington e Teheran alla prova della pazienza

Di Lucrezia Casarin

Gli Stati Uniti rimangono impantanati nel conflitto in corso. Dopo il prolungamento a tempo indeterminato della tregua, in questa fase la Casa Bianca sta pressando la Repubblica Islamica attraverso il (contro) blocco dello Stretto di Hormuz. Al centro vi è soprattutto la volontà di soffocare i rivali per raggiungere i propri obiettivi geopolitici.

Eppure è quantomeno complesso che dopo oltre cinque settimane di bombardamenti gli iraniani cedano alle richieste statunitensi su programma atomico e arsenale balistico perché piegati dalle (dure) privazioni economiche e commerciali. Al contrario, la compattezza mostrata davanti all’assalto americano e israeliano ha convinto il regime a massimizzare le proprie richieste al tavolo delle trattative. Con la rimozione delle sanzioni e dell’embargo in testa alle pretese dei pasdaran. E la questione nucleare rimandata a data da destinarsi.

A dispetto dei numerosi obiettivi annichiliti durante il conflitto, adesso gli iraniani intendono prolungare le fasi negoziali per profittare delle difficoltà interne e militari altrui. Dopo molteplici problemi tecnici riscontrati in queste settimane, la portaerei statunitense Uss Gerald R. Ford è stata costretta a tornare in patria per operazioni di manutenzione. Di fatto, riducendo parte del peso di Washington nel Golfo Persico. Il tutto mentre il segretario alla Difesa Pete Hegseth annunciava davanti al Congresso che il più grande avversario per gli Stati Uniti non era l’Iran, bensì «le parole inefficaci e disfattiste» di alcuni legislatori repubblicani e democratici.

Scaricato da (quasi) tutti, il capo del dipartimento ha pure minimizzato sui costi complessivi, pari «solo» a 25 miliardi di dollari, contro le irrealistiche centinaia di miliardi di dollari in armamenti dirottati all’Ucraina dopo l’invasione russa. La Casa Bianca, incapace di indirizzare il conflitto e sempre più isolata, ha così paventato l’idea di lanciare attacchi «brevi e mirati» per mettere in sicurezza l’uranio arricchito e rafforzare la posizione degli statunitensi alla seconda tornata di negoziati.

La guerra rischia di soffocare la Cina

Di Tommaso Tartaglione

La Cina vede rosso. Non le bandiere di partito o di Stato, bensì numeri e percentuali.

Negli ultimi giorni l’economia mandarina sta affrontando il conflitto nel Levante. Malgrado le riserve strategiche e gli investimenti nel settore delle rinnovabili, il governo pechinese ha più volte imposto nuovi limiti ai prezzi di benzina e gasolio. Al contempo, l’incremento dei prezzi per materiali plastici e derivati, come anche per acciaio e vetro, ne sta minando la manifattura.

Non bastasse, la scorsa settimana, nel sud del paese, migliaia di lavoratori che hanno perso il posto di lavoro sono scesi in piazza per chiedere il pagamento degli stipendi arretrati e risarcimenti. Con annessi cali rilevanti nelle vendite di veicoli elettrici e a motore – ove l’auto rappresenta il secondo acquisto più importante per le famiglie locali dopo la casa.

La chiusura di Hormuz è ulteriore sfida per la Repubblica Popolare, già alle prese con il rapido invecchiamento della popolazione, gli elevati (e occultati) livelli di debito e disoccupazione giovanile, il mancato ritorno degli investimenti. L’economia come strumento di potenza è mantra nelle sale della Città Proibita. E quando questa potrebbe non bastare, la narrazione interna cambia.

Ma nell’incastro le notizie di una riduzione degli intercettori a stelle e strisce nel quadrante asiatico, e le difficoltà statunitensi nella gestione dello Stretto, sono viste dalla Repubblica Popolare come auspicio per i tempi futuri, dove da Hormuz si giunge verso Formosa. Qui il punto.

(Auto)raccontati come indeboliti, in questa fase gli Stati Uniti vorrebbero costringere la Cina a concentrarsi soprattutto su Taiwan, magari sospingendola verso un azzardo che, finora, non può (e non vuole) affrontare.

Cosa succede (davvero) in Mali

Di Franz Simonini

Lo scorso sabato il Mali è stato investito da un vasto attacco coordinato. I miliziani del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad, affiancati dal Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim), ramo saheliano di al-Qaida che punta alla costruzione di un emirato islamista tra Mali, Burkina Faso e Niger, hanno colpito simultaneamente diversi punti nevralgici del paese.

Gli attacchi principali si sono concentrati su Kati, roccaforte militare del regime, e sull’aeroporto di Bamako. Oltre all’irruzione nella residenza del presidente Goïta, riuscito a fuggire nel campo militare di Samanko, e all’uccisione del ministro della Difesa Sadio Camara, le truppe separatiste hanno conquistato diverse aree del nord e la città di Kidal, lasciata sguarnita dopo il ritiro (mediato da Algeri) dei mercenari dell’Africa Corps russa.

Ma dietro la patina del conflitto intestino, in Mali si gioca la contesa tra le maggiori potenze del pianeta. Qui, dopo un iniziale disinteresse, negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno ampliato i rapporti con il governo centrale per cooperare nel ramo della Difesa e dell’industria mineraria. E soprattutto per ridurre il peso dei rivali.

Dal 2022 il paese era diventato terreno di penetrazione per Mosca, subentrata alla Francia come principale garante armato della giunta, ma pure per Pechino e Ankara, che hanno consolidato la loro presenza attraverso investimenti minerari, forniture militari e cooperazione tecnica.

Sul fronte opposto, Algeri patrocina i tuareg separatisti, rifornendoli di armi e sfruttando il momento per indebolire il confinante ingombrante. Anche Kiev si è schierata sul fronte separatista, segnalando ai ribelli la posizione di diversi mercenari russi e addestrandoli sul piano militare. Di qui il possibile doppio gioco washingtoniano, che potrebbe utilizzare la leva ucraina in funzione anti sino-russa. E secondo alcune indiscrezioni, pure Parigi, dopo l’umiliazione subita nel 2022, avrebbe iniziato ad appoggiare i tuareg nel tentativo di riaprire nuovi margini di manovra nei perduti territori della Françafrique.

Al di là della complessa presa di potere da parte dei gruppi ribelli, l’offensiva certifica il fallimento della giunta e il progressivo indebolimento della copertura russa. Motivo per cui nei prossimi mesi il governo potrebbe essere costretto ad avvicinarsi agli americani (e non solo) per puntare alla propria sopravvivenza.

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