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Scisma in Vaticano, Tregua in Libano?, Parigi nel Levante, Ucraina e Kuwait

Scisma in Vaticano, Tregua in Libano?, Parigi nel Levante, Ucraina e Kuwait

Se Washington si inserisce nello scisma lefebvriano

Di Pietro Mattonai

Lo scisma dei lefebvriani, con la nomina di quattro vescovi senza il benestare del pontefice, ha riacceso la questione (mai sopita) del Concilio Vaticano II nella Chiesa cattolica. Le consacrazioni da parte della Fraternità sacerdotale San Pio X, organizzazione fondata da monsignor Marcel Lefebvre, non sono del resto un inedito: già nel 1988 lo stesso arcivescovo francese aveva creato quattro nuovi vescovi, sancendo il primo, grande strappo con Roma.

Alla radice vi è la ricezione dell’impianto teologico del Concilio Vaticano II, che vuole una Chiesa aperta al mondo e alle sue contraddizioni. Mossa indispensabile per restare nella storia, ma rifiutata con sdegno dai lefebvriani, che si vogliono ultimo baluardo contro le insidie del moderno. E mentre Giovanni Paolo II denunciò quelle consacrazioni come atto scismatico, Benedetto XVI cercò di ripristinare la comunione con i ribelli revocandone la scomunica. Missione impossibile, vista la successiva elezione di Francesco, bollato come “vero modernista” dai lefebvriani perché convinto assertore del Concilio.

Con papa Leone la storia non è affatto cambiata. Anzi: l’istituzionalizzazione della rivoluzione bergogliana richiede l’adempimento dei precetti conciliari, spesso rimasti disattesi nei decenni successivi. «Chi vuole aiutarmi, porti avanti il Concilio», disse Bergoglio a un gesuita che chiedeva come sostenerlo.

Caduto nel vuoto l’ultimo appello del pontefice, la frattura nella Chiesa di Roma può far da sponda alla chiesa – minuscolo voluto – di Washington. Nello scontro con il suo concittadino in Vaticano, Trump può sfruttare lo scisma per ergersi a papa laico del conservatorismo cattolico e continuare la sua battaglia. Per sacralizzare l’America.

Tregua in Libano?

Di Lucrezia Casarin

Nelle scorse ore Israele e Libano hanno firmato a Washington un accordo preliminare per porre fine alle ostilità. I negoziati sono stati fortemente sostenuti dagli americani, interessati a stemperare le tensioni nella regione e facilitare le trattative con Teheran.

L’intesa comporterebbe il termine dei bombardamenti e il ritiro graduale israeliano dalle aree occupate negli ultimi due mesi – una a nord e l’altra a sud del fiume Litani. Lasciando al contempo all’esercito ampio spazio di manovra per contenere Hezbollah. Le milizie sciite, pressoché interamente escluse dalle trattative, hanno subitamente rigettato i contenuti del piano siglato dagli israeliani con il governo di Beirut. Un ulteriore pretesto che ha spinto lo Stato ebraico a colpire armamenti e tunnel sotterranei del Partito di Dio.

Ma Israele si sta muovendo (anche) su altri fronti. Nelle scorse ore Tsahal ha lanciato diversi attacchi nella Siria meridionale. Il tutto per limitare l’avanzata turca nel paese e ampliare la propria influenza al di là del confine. Oltre a sedurre i curdi e presentarsi come il protettore dei drusi, in queste ore il governo gerosolimitano ha pure riconosciuto il genocidio degli armeni per mano di Ankara. Non soltanto propaganda. Per lo Stato ebraico in questa fase è cruciale limitare le ambizioni della Turchia nella regione e trascinare nella propria sfera d’influenza la Siria. Tentando di cristallizzare i risultati ottenuti con le armi sia in Libano che a Gaza.

Nel Levante Parigi fa il doppio gioco

Di Franz Simonini

Francia e Cipro hanno firmato un accordo che consente ai militari dell’Esagono di essere dispiegati sull’isola, condurre addestramenti e disporre liberamente delle infrastrutture per il transito e la logistica. Negli scorsi mesi Parigi ha accresciuto la propria presenza nell’area, dispiegando, dopo l’attacco con droni della Repubblica Islamica contro la base britannica, il gruppo portaerei Charles de Gaulle e i comparti antidrone e antimissile. La nuova intesa amplia la proiezione mediterranea francese, estendendola dal bacino centrale a quello orientale. Da qui Parigi potrebbe bilanciare la presenza turca in Libia e nel Sahel, facendo leva anche sulla triangolazione tra Nicosia, Gerusalemme e Atene.

Nelle stesse ore filtravano da Ankara trattative avanzate per integrare le batterie Samp-T franco-italiane nello Steel Dome, l’architettura di Difesa aerea pensata per affrancarsi parzialmente da Washington. Profittando dei margini di manovra generati dalla distrazione statunitense nello Stretto di Hormuz e nell’Indopacifico, Parigi vorrebbe inserirsi offrendo la propria tecnologia militare agli ancirani per equilibrare la proiezione mediterranea dello Stato ebraico. Di qui il tentativo di doppio gioco francese, teso a insinuarsi nella rivalità tra le due potenze del Levante.

I paesi del Golfo guardano l’Ucraina (e viceversa)

Di Andrea Riboldi

Questa settimana è stato ratificato un accordo militare tra Kuwait e Ucraina che prevede addestramento, scambio di esperienza e cooperazione nel settore bellico, sia sul piano tecnologico che operativo.

L’intesa giunge in una delle fasi più critiche per le monarchie del Golfo, esposte da febbraio alle fragilità innescate dal conflitto tra Stati Uniti e Iran.

Per l’emirato, privo di una profondità territoriale, il fronte ucraino appare come un banco da cui attingere per migliorare i propri sistemi di Difesa. In questi anni di conflitto Kiev è stata in grado di contrastare efficacemente i droni Shahed di fattura iraniana e i missili russi – competenze assai utili anche nel teatro levantino.

Di converso, per il governo ucraino, il Kuwait è una porta d’ingresso nel Golfo, regione decisiva per energia e sicurezza. Dopo i contatti con Oman e Bahrain degli scorsi mesi, con questa intesa prosegue il tentativo di ampliare la propria rete nella regione, capitalizzando le proprie capacità militari in accordi industriali ed energetici fuori dal recinto statunitense ed europeo.

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