Washington non molla Hormuz
Di Franz Simonini
Nelle ultime ore gli americani hanno ripreso gli attacchi contro la Repubblica Islamica, colpendo una novantina di obiettivi, tra piste aeroportuali, rampe missilistiche e ponti ferroviari vicino a Mashhad. Il blitz ha fatto eco alla rappresaglia iraniana dello scorso martedì contro tre petroliere lungo lo Stretto di Hormuz. L’Iran non ha tardato a reagire scagliando droni e missili verso le basi americane in Bahrein, Kuwait e Qatar.
Al di là degli schiaffi reciproci tra colpi missilistici e dichiarazioni di circostanza, la posta in gioco rimane il controllo del passaggio marittimo. Teheran vorrebbe mantenere la gestione di Hormuz, galvanizzata anche dalle scenografiche folle oceaniche ai funerali dell’ayatollah Ali Khamenei e dalle manifestazioni «anti accordo» seguite alla diffusione dei punti dell’intesa.
Al contrario Washington non può permettersi di perdere un punto di soffocamento vitale per il mantenimento dell’egemonia globale, con il rischio che la percezione di debolezza dimostrata fino ad ora possa innescare un effetto domino su altri quadranti.
Di qui le minacce di una ulteriore offensiva diretta e di vasta portata sul suolo persiano che punta a rafforzare la mano americana al tavolo negoziale. Con il rischio che gli eventi possano precipitare rapidamente.
Perché gli Stati Uniti riarmano Ankara
Di Tommaso Tartaglione
Negli scorsi giorni l’amministrazione statunitense ha formalmente notificato al Congresso la sua intenzione di vendere motori General Electric F110 alla Turchia. L’accesso alle turboventole americane, collocate sui modelli di caccia multiruolo F-14, F-15 e F-16, potrebbe aprire a possibili rimozioni delle restrizioni imposte dalla Casa Bianca ad Ankara, tra cui l’espulsione dal programma degli F-35 decisa nel 2017.
Nell’attuale frangente, manovra di poliedrica significatività. Da una parte, l’apertura di Washington assicura alla Sublime Porta la continuazione del progetto Tai Tf Kaan, velivolo stealth di quinta generazione sviluppato dalle autoctone industrie aerospaziali. In cambio, è possibile ipotizzare un maggiore approfondimento turco con gli americani per quanto concerne il settore della Difesa, interrompendo eventuali piani bellici indigeni e autarchici – fuori dal controllo del Pentagono – e riducendo eventuali connessioni moscovite in tal senso, annacquandole in sede otaniana.
Non solo, giacché la manovra non riguarda solo Ankara, ma ancor più lo Stato ebraico. Gli Stati Uniti segnalano agli israeliani il loro discontento circa duplice questione iraniana e libanese, equipaggiando così il prossimo rivale dello Stato mediorientale e ampliando il proprio margine di manovra nella regione.
La Russia teme di perdere l’Africa
Di Pietro Matteo Salvia
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov è impegnato in un viaggio in Africa che ha coinvolto Etiopia e Niger. Ad Addis Abeba il capo della diplomazia russa ha incontrato il suo omologo etiope Gedion Timothewos e il primo ministro Abiy Ahmed. L’incontro si è incentrato su due dossier cardine della collaborazione: energia atomica e sviluppo delle capacità marittime del territorio. La tappa successiva, in Niger, ha portato la delegazione russa al tavolo con i ministri degli Esteri dell’Alleanza degli Stati del Sahel – composta da Niger, Mali e Burkina Faso.
Mosca intende proteggere la propria influenza in due quadranti africani decisivi: Corno d’Africa e Sahel. Nel primo, prova a inserirsi nelle contese legate all’accesso al mare dell’Etiopia e al controllo delle rotte prossime a Bab el-Mandeb. Nel secondo, punta a radicarsi lungo le direttrici terrestri che attraversano l’Africa interna e conducono verso l’Atlantico.
Tuttavia, la rinnovata attenzione russa verso l’Africa va letta alla luce di una contingenza che preoccupa il Cremlino: nel Sahel, le Forze russe faticano a garantire la sicurezza dei regimi locali; nel Corno d’Africa, l’acuirsi delle rivalità regionali sta favorendo l’iniziativa di turchi e israeliani.
Ankara appare il contendente più difficile da contenere. La tattica di penetrazione ancirana complica i piani moscoviti nella regione, che pareva un contesto favorevole all’inserimento dei russi sull’onda del sentimento antioccidentale diffuso in tutta la Françafrique.
La visita di Lavrov segnala una doppia esigenza. Da un lato, Mosca tenta di istituzionalizzare gli accordi militari con i paesi del Sahel – finora sostenuti in modo informale dagli ausiliari di Africa Corps – per contenere l’erosione della propria influenza nel quadrante. Dall’altro, prova a inserirsi nelle contese del Corno d’Africa attraverso l’Etiopia, utilizzando il vettore nucleare, dove Rosatom gode di un vantaggio evidente.
Il Vietnam s’aggrappa agli americani
Di Lucrezia Casarin
In queste ore il Vietnam ha avviato ufficialmente la costruzione del porto di Cai Mep-Thi Vai, al confine con la Cambogia. Ampiamente sostenuto dagli statunitensi, il progetto prevede la realizzazione di un corridoio marittimo lungo il delta del fiume Mekong – un’area chiave per lo sviluppo industriale e manifatturiero vietnamita. In questa fase Hanoi vorrebbe ampliare il proprio peso navale nella regione e contenere le progressive incursioni cinesi nella vicina Cambogia. Lo scorso aprile il governo cambogiano ha inaugurato la seconda fase dei lavori per il Canale di Funan Techo, un progetto infrastrutturale finanziato da Pechino per assicurare alla capitale un accesso diretto al Mar Cinese Meridionale senza transitare nel territorio vietnamita. L’operazione s’inserisce nel quadro di una cooperazione militare collaudata. Negli anni la Repubblica Popolare ha pure contribuito ad ammodernare la base militare di Ream, teatro di esercitazioni congiunte tra Pechino e Phnom Penh. Di qui il tentativo vietnamita di agganciarsi al supporto (anche finanziario) statunitense per bilanciare il peso dei rivali regionali e frenare le ambizioni mandarine nel Sud-Est asiatico.