Lo stallo americano
Di Federico Bertasi
La guerra in Iran sta confermando l’atteggiamento perfettamente imperiale degli Stati Uniti – pure a dispetto delle istanze (para)isolazioniste sbandierate da Donald Trump in questi anni. Anziché concentrarsi sulla competizione con Pechino, a febbraio gli americani sono sprofondati nell’ennesimo conflitto mediorientale per eccessiva sottovalutazione del rivale (e non solo). Con l’aggravante d’aver condotto la contesa sul piano strategico. Specie nella gestione dello Stretto di Hormuz, cruciale per il mantenimento della supremazia planetaria e adesso utilizzato dagli iraniani come arma negoziale nelle trattative.
Di qui la ripresa dei bombardamenti delle ultime ore, che hanno causato ingenti danni alle infrastrutture di Teheran e il ferimento di almeno un centinaio di soldati statunitensi (tra cui almeno tre morti) nelle basi militari della regione. Perché a dispetto della limitata vittoria tattica degli Stati Uniti (decapitazione dei vertici del regime; netta riduzione dei lanciatori missilistici iraniani; rallentamento del programma atomico), sulla gestione marittima del Golfo non possono arretrare. Pena perdere strategicamente la guerra. Ancor più in caso di surriscaldamento dello Stretto di Bab el-Mandeb, da alcune ore parzialmente occluso dagli huthi in risposta ai bombardamenti sauditi nei territori yemeniti.
Così Washington ha aumentato la pressione verso Teheran per tentare di piegare i pasdaran e strappare il controllo dello Stretto di Hormuz. Dapprima soffocando i rivali reintroducendo il blocco sulle esportazioni di greggio. Poi spostando le proprie Forze aeree dall’Europa al Levante. Movimenti che nelle prossime settimane potrebbero accendere nuovamente il conflitto tra americani e iraniani. Con il concreto rischio per la superpotenza di rimanere ulteriormente impantanata in Medio Oriente.
La Corea del Nord non vuole scegliere tra russi e cinesi
Di Tommaso Tartaglione
Negli ultimi giorni Wang Huning, eminenza grigia del Partito comunista cinese e membro del Politburo, si è recato in Corea del Nord, dove ha incontrato Kim Jong-un per i festeggiamenti dei sessantacinque anni dalla firma del trattato di Difesa tra Palazzo Mansudae e Zhongnanhai. Visita contraccambiata, tempo prima, dal premier Pak Thae-song, in visita a Pechino.
Nelle stesse ore Vladimir Putin e Choe Son-hui, quest’ultima a capo del dicastero degli Esteri di Pyongyang, si sono incontrati a Mosca. Cui è seguito un intermezzo con l’omologo russo Sergei Lavrov.
Al di là dei colloqui, ben di più. Al centro di un nuovo grande gioco in Oriente, i nordcoreani si giostrano tra le due potenze. Ottenendo cospicui vantaggi, poiché consci di non voler finire né sotto il dominio dell’una né dell’altra. L’invio di soldati e armamenti in Ucraina consente a Pyongyang di accedere a beni di prima necessità e (forse) tecnologia satellitare e intelligence provenienti dalla Russia. Manovre rivolte anzitutto ai mandarini, subito intervenuti nell’aumento degli interscambi per non perdere il loro (unico) alleato nella regione.
Se per il Cremlino Pyongyang è un inesauribile arsenale per il proprio esercito e una piattaforma di lancio verso l’Asia, per Zhongnanhai, i rinnovati contatti con la Corea del Nord sarebbero occasione per mirare alla via fluviale del Tumen, verso il Mare dell’Est. Punto nevralgico per l’ascesa navale cinese e possibile moneta di scambio per i nordcoreani. Che, nel mentre, cavalcano il privilegio della libertà garantita dall’atomica. Facendone buon uso.
Gli huthi vogliono contare
Di Pietro Matteo Salvia
Mentre prosegue la campagna aerea di Washington sui cieli persiani, dopo l’accantonamento del memorandum d’intesa raggiunto a metà giugno, si è nuovamente infiammato il fronte yemenita. Il 13 luglio Riad ha colpito l’aeroporto di Sana’a, controllato dagli huthi, per impedire l’atterraggio di un aereo iraniano. I ribelli yemeniti hanno risposto con missili e droni contro l’aeroporto saudita di Abha.
Con questa operazione Riad intende scongiurare un ulteriore rafforzamento delle relazioni fra Sana’a e Teheran, apparentemente rinvigorite dai recenti risultati ottenuti dall’Iran nello scontro con gli Stati Uniti. Da settimane rifornimenti aerei provenienti dall’altopiano iranico raggiungevano i territori controllati dagli huthi, accrescendo le preoccupazioni saudite e statunitensi. Negli ultimi giorni la tensione fra sauditi e milizie è ulteriormente aumentata.
Gli huthi hanno annunciato un blocco navale contro Riad e colpito due petroliere del regno, inducendo diverse imbarcazioni a deviare la propria rotta per evitare il passaggio attraverso lo Stretto. Questi hanno sfruttato la rappresaglia innescata dall’iniziativa saudita per perseguire due obiettivi: accrescere il proprio peso negoziale nel rinnovato confronto fra Washington e Teheran e mostrare che la pressione iraniana può estendersi da Hormuz a Bab el-Mandeb e dal Golfo Persico alla Penisola Arabica.
Sul piano negoziale, analogamente a Hezbollah in Libano, gli huthi non intendono restare una pedina sacrificabile nella disputa fra Stati Uniti e Repubblica Islamica, ma consolidare la propria posizione nello Yemen attirando l’attenzione e alimentando le apprensioni dei due contendenti. A differenza delle forze libanesi, dispongono inoltre della leva rappresentata da Bab el-Mandeb. La possibile occlusione dello Stretto aggrava i timori della superpotenza, già incapace di ristabilire pienamente la sicurezza dei traffici a Hormuz. Questo accresce enormemente il peso negoziale degli huthi.
Al tempo stesso, gli attacchi contro l’Arabia Saudita acuiscono le inquietudini degli Stati arabi che collaborano con le potenze occidentali, mostrando alle loro popolazioni che l’impalcatura securitaria costruita intorno a Washington e Gerusalemme non è sufficiente a sottrarli alle conseguenze dello scontro con Teheran.
Un cattolico per salvare il Regno Unito
Di Franz Simonini
Il Regno Unito affronta l’ormai rituale cambio di inquilino al numero 10 di Downing Street. Dopo aver ricevuto da re Carlo III l’incarico di formare il governo, Andy Burnham è diventato il settimo primo ministro del Regno Unito in dieci anni. Formalmente la sua nomina segna il tentativo di rilanciare il partito laburista, duramente colpito dagli scandali e dalle pesanti sconfitte alle elezioni locali.
Ma al di là delle dinamiche politiche, a contare è soprattutto la provenienza del nuovo capo dell’esecutivo. Nato ad Aintree, sobborgo operaio di Liverpool, Andy Burnham, di fede cattolica e di ascendenze irlandesi da parte di madre, è il primo premier non protestante dopo cinque secoli. Un dato tutt’altro che ornamentale sul piano normativo, giacché una legge del 1829 vieta ancora oggi ai cattolici di consigliare il sovrano sulle nomine dei vescovi anglicani, pena l’interdizione perpetua dagli uffici della corona. Di qui il peso del fattore religioso ed etnico nell’Ulster, regione irlandese divenuta da alcuni anni a maggioranza cattolica. Un mutamento demografico che ridesta a Londra il timore delle violenze e lo spettro del referendum di secessione previsto dall’accordo del Venerdì Santo del 1998.
A dieci anni dalla brexit, pensata per risaldare celti e inglesi, il Regno Unito appare sfibrato ed esposto all’instabilità delle periferie separatiste. La mossa simbolica mira a placare gli animi irlandesi, scongiurando l’effetto domino sugli indipendentismi scozzese e gallese. Ma potrebbe non bastare.
Nell’Artico la Cina fa i propri interessi
Di Lucrezia Casarin
La Repubblica Popolare ha interrotto la fornitura di componenti essenziali per le navi rompighiaccio russe sanzionate dall’Occidente. Oltre a limitarne le capacità estrattive sul territorio, il blocco complica i piani di Mosca nell’Artico. Senza il supporto mandarino, i russi faticano a potenziare la propria flotta, ritenuta oltremodo cruciale per mantenere aperta la navigazione e destinare gli idrocarburi estratti in Siberia ai mercati asiatici.
Dopo l’invasione dell’Ucraina, la Russia ha orientato le esportazioni petrolifere lungo la rotta marittima del nord, approfittando del parziale vuoto di potere lasciato dagli statunitensi. Un cambio di paradigma favorito (anche) dalle restrizioni occidentali pensate per rallentare la cooperazione tra moscoviti e pechinesi. Ma dietro quello che appare uno smacco di facciata da parte dei cinesi si celano obiettivi di più ampio respiro.
Mentre il dossier artico riacquista centralità per statunitensi ed europei, Pechino starebbe ultimando un secondo terminal di importazione per convogliare i carichi di gas naturale liquefatto provenienti da Arctic LNG 2. Con l’attivazione del sito di Longkou, nello Shandong, la Repubblica Popolare sarebbe in grado di importare ingenti volumi di gas russo sanzionato, garantendo al contempo a Mosca uno sbocco alternativo per i flussi energetici a partire dallo Stretto di Bering. Pur essendo basato su interessi (per ora) convergenti, l’allineamento nell’Artico resta di natura ambivalente. Se la Federazione necessita degli investimenti mandarini nella regione, la Cina punta a ridurre la dipendenza da altri soggetti e ad accreditarsi la propria autonomia. Di qui la recente apertura da parte di Pechino alla rotta artica (China Europe Arctic Express), pensata per accrescere il proprio peso nella regione. Con o senza il benestare di Mosca.
Gli Stati Uniti sanzionano (di nuovo) il Canada
Di Andrea Riboldi
Il presidente americano Donald Trump ha firmato tre provvedimenti che impongono dazi aggiuntivi del 50% su parte delle merci canadesi. La misura arriva soltanto pochi mesi dopo l’avvicinamento tra Ottawa e Pechino, perseguito dal governo canadese soprattutto come leva negoziale nei confronti di Washington.
Dopo la sospensione imposta dalla Corte suprema alle sanzioni trumpiane, questa volta la Casa Bianca ha cambiato appiglio legale. Nei provvedimenti l’attuale amministrazione ha utilizzato la sezione 338 del Tariff Act del 1930, una delega del Congresso che consente al presidente di reagire quando uno Stato favorisce i prodotti di altri paesi a discapito di quelli statunitensi.
Formalmente i dazi scatteranno il 19 agosto. Fino ad allora Washington tenterà di porre Ottawa sotto pressione, forte della dipendenza canadese dal mercato a stelle e strisce. Peraltro gli Stati Uniti lasciano fuori energia e minerali critici, risorse di cui continuano ad avere bisogno, concentrando le sanzioni su merci più facili da sostituire.
Da un lato punta a drenare le risorse economiche del vicino nordamericano, destinando il maggior gettito derivante dai dazi soprattutto nel confronto con la Cina. Dall’altro intende consolidare la propria influenza sul Canada, limitando il rafforzamento della presenza mandarina nel continente.