Lo scontro per il futuro di Israele

Lo scontro per il futuro di Israele

In Israele sono nuovamente scoppiate le proteste contro la riforma della giustizia voluta dalla composita coalizione che sostiene il governo Netanyahu. Martedì decine di migliaia di persone sono scese in piazza contro la prima approvazione parlamentare di un disegno di legge che limita i poteri della corte suprema. Settantuno manifestanti sono stati arrestati.

La questione è cominciata lo scorso gennaio e proseguita con massima intensità fino a marzo prima di inabissarsi. Al centro, al di là della singola riforma, la volontà per i partiti che rappresentano principalmente gli ebrei ultraortodossi e quelli di origine non occidentale di archiviare lo Stato laico e occidentalistico.

In straordinaria crescita demografica, questi risultano estranei all’originaria tradizione sionista perché ideologicamente contrari allo Stato secolare (gli ultraortodossi) o per costume distanti dagli ebrei askenaziti che lo fondarono (i mizrahi).

Poco conta che a guidarli sia un ebreo askenazita, dalle mille vite politiche e indagato in molteplici inchieste, come Bibi Netanyahu (vero cognome, Mileikowsky). Lo scarrellamento di Israele verso Oriente è nelle cose per un paese collocato nel Levante, abitato da una popolazione di maggioritaria estrazione non occidentale.

Passaggio fortemente osteggiato dalla cittadinanza laica, di origine europea o nordamericana. Ragione di uno scontro che, se peggiorasse, potrebbe condurre Israele allo stallo. Per il vantaggio dei suoi nemici regionali.

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