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Usa vs Russia, Xi e l’esercito, Washington e Israele, Usa vs Venezuela, India e Mongolia

Usa vs Russia, Xi e l’esercito, Washington e Israele, Usa vs Venezuela, India e Mongolia

Il negoziato russo-americano

Di Dario Fabbri

Perché è saltato il vertice di Budapest tra Trump e Putin? Semplicemente i russi hanno confermato il messaggio recapitato già lo scorso agosto in Alaska. Non accettano l’offerta americana sull’Ucraina: cristallizzazione della linea del fronte, con cessione a Mosca dei territori conquistati.

Consapevole dell’occasione, il Cremlino chiede d’ottenere a tavolino ciò che non ha conquistato sul campo: rovesciamento del regime ucraino; espulsione dei contingenti e degli armamenti stranieri; abolizione del Patriarcato di Kiev. Una controproposta impossibile da avallare, giacché l’Ucraina è entrata nella sfera d’influenza americana e lì deve rimanere.

Il negoziato proseguirà sottotraccia. Washington vuole staccare Mosca da Pechino, dunque continuerà ad avvicinare il Cremlino, anche tramite minacce (Tomahawk e dintorni) e sanzioni sul petrolio russo.

 

Xi non si fida dell’esercito

Di Federico Bertasi

Nell’ultima settimana il presidente cinese ha intensificato le epurazioni dei vertici (e non solo) degli apparati militari, rimuovendo almeno una dozzina di figure chiave nella catena di comando. Secondo il comunicato diramato dal governo – al solito affidato al quotidiano del Partito – i «cospiratori» sarebbero stati rimossi per «contrastare» la radicata corruzione che attanaglia l’esercito mandarino.

Benché alcuni fossero effettivamente coinvolti in attività illecite e già da diversi mesi sotto la lente della fazione affine al presidente, le purghe delle ultime ore evidenziano l’intensificarsi dello scontro tra apparati dello Stato – e la traballante presa di Xi su questi. A differenza dalle precedenti rimozioni sono stati soprattutto i funzionari nominati direttamente dal segretario a pagare lo scotto dell’allontanamento coatto. Molti perché in contrasto sui dossier più rilevanti, altri in quanto sorpresi a lucrare sulle ampie commesse statali. Per tacere dei congiuranti in aperta combutta con russi e statunitensi. Ed è proprio l’intensificarsi della sfida con Washington ad aver acuito notevolmente le difficoltà del segretario comunista, da almeno un biennio impegnato a rinsaldare la tenuta interna per poter fronteggiare il Numero Uno. Anche (e soprattutto) in vista della contesa in armi per Taiwan.

 

Gelo tra Israele e Stati Uniti

Di Pietro Matteo Salvia

L’accordo raggiunto nei primi giorni d’ottobre rappresenta una vittoria tattica per Washington e una sconfitta altrettanto tattica per Israele, che deve accettare la plateale sopravvivenza di Hamas e l’inserimento di turchi e qatarini. Sicché questa settimana James Vance e i negoziatori statunitensi sono volati in Israele per inaugurare un centro di coordinamento civile-militare a Kiryat Gat, nel sud del paese. Si tratta di un quartier generale del Centcom, presidiato da duecento soldati americani e contingenti stranieri che gestiranno la distribuzione degli aiuti destinati alla ricostruzione e il monitoraggio del rispetto degli accordi raggiunti, dopo i continui scontri tra l’esercito israeliano e Hamas. Il Pentagono – vero fautore dell’intesa – percepisce la fragilità dell’equilibrio raggiunto e teme l’accendersi di nuovi fronti nella regione che potrebbero trascinarlo in una nuova trappola israeliana. L’insediamento di Forze americane a ridosso della Striscia è una (rara) convergenza fra vertici politici e apparati militari. Mentre il voto alla Knesset di un disegno di legge per l’annessione della Cisgiordania ha confermato la divaricazione in atto tra israeliani e statunitensi. Non a caso Israele s’è rifiutato di firmare l’accordo di Sharm El-Sheik. Così Vance ha dichiarato “un insulto” il voto parlamentare, perché “il governo Netanyahu non annetterà la Cisgiordania”.

 

Se si accende il Venezuela

Di Giuliano Lodato

Lo scorso venerdì gli Stati Uniti hanno condotto il sesto attacco contro imbarcazioni venezuelane accusate di trasportare sostanze stupefacenti. Al centro dei raid – che dall’inizio di settembre hanno causato almeno 27 morti – non vi è unicamente il contrasto al narcotraffico, bensì il controllo delle acque caraibiche e il contenimento delle infiltrazioni mandarine in America Latina.

Peraltro Caracas non è neppure un produttore significativo di narcotici – tantomeno uno snodo di transito regionale – e molte delle imbarcazioni colpite dall’esercito non avrebbero avuto carburante sufficiente per raggiungere le coste della superpotenza.

L’inasprimento dello scontro tra Repubblica Popolare e Stati Uniti ha conferito al Venezuela una centralità crescente, costringendo gli apparati washingtoniani a dedicare maggiori attenzioni verso il proprio estero vicino. Oggi Pechino accoglie circa il 90% dell’export di idrocarburi provenienti da Caracas, investe nell’estrazione di oro e materie prime critiche e finanzia infrastrutture e armamenti. Ingerenza oramai intollerabile per il Numero Uno, che adesso potrebbe passare al contrattacco contro il paese latino.

 

L’India si avvicina alla Mongolia (contro la Cina)

Di Giacomo Stefani

La scorsa settimana Ulan Bator e Delhi hanno siglato un’intesa per estendere la cooperazione securitaria, energetica e commerciale tra i due paesi. Secondo il memorandum, entro il 2028 l’India investirà circa due miliardi di dollari per la costruzione di una raffineria petrolifera nel sud-est della Mongolia, destinata a diventare la più imponente infrastruttura mai realizzata da Delhi all’estero.

Oltre agli evidenti interessi commerciali, oggi Ulan Bator intende ampliare i rapporti con l’India per svincolarsi dalla duplice dipendenza da Cina e Russia – ancor più con quest’ultima risucchiata dal dossier ucraino e incapace di bilanciare le mire mandarine sulla Siberia. Discorso opposto per Delhi, che intravede nella sintonia con la Mongolia l’occasione per tutelarsi dalle pressioni americane sulle importazioni del petrolio russo e costringere la Repubblica Popolare a impegnarsi sul versante settentrionale.

Gli accordi firmati dai due governi tradiscono evidenti venature anticinesi. Non solo l’esercito indiano manterrà una presenza militare attiva nel paese e addestrerà le Forze armate di frontiera, ma larga parte del petrolio e del carbone estratto dalla Mongolia sarà trasportato attraverso la linea ferroviaria transiberiana per aggirare i porti mandarini. Volontà ulteriormente ribadita pure sul piano retorico, come testimoniato dalla dichiarazione congiunta in cui entrambi gli Stati hanno assicurato che si impegneranno per contenere l’espansionismo di Pechino nell’Indopacifico.

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