I (non) risultati del vertice tra Trump e Xi
Di Dario Fabbri
Come capita con ogni summit tra leader che si svolge nel mondo reale, l’incontro di questa settimana tra Donald Trump e Xi Jinping si è concluso senza risultati rilevanti.
Nei giorni precedenti Pechino ha promesso d’allentare l’embargo (virtuale) sulle cosiddette terre rare e di combattere la diffusione di fentanyl negli Stati Uniti (sic), dunque Trump ha potuto annunciare la riduzione dei dazi ai danni della Repubblica Popolare (dal 57% al 47%) – va ricordato, al solito, che il presidente non può applicare dazi e si attende sul tema l’intervento della Corte Suprema. Nei fatti, permane la guerra (per ora) incruenta tra le due potenze principali, al di là di Trump e Xi.
L’obiettivo americano è ridurre il surplus commerciale che Pechino investe nelle Forze armate, in tecnologia e per tenere insieme il paese. Quello cinese è assorbire nei prossimi anni le migliori risorse russe (forse pure il territorio) prima di lanciarsi (anche) militarmente contro gli Stati Uniti.
Di qui il no alla richiesta americana di smettere l’acquisto di petrolio russo. «Se lo facessero, la loro economia crollerebbe», ha commentato Trump nel viaggio di ritorno verso casa, fingendo d’accettare la posizione altrui. In attesa dei prossimi mutamenti tattici, insensibili ai summit bilaterali.
La Malesia balla con tutti
Di Federico Bertasi
Affacciata sullo Stretto marittimo più rovente del pianeta, da almeno un decennio Kuala Lumpur si muove con ampia libertà tra le potenze. Nelle scorse ore il presidente statunitense ha siglato un accordo con il primo ministro malaisiano per allentare le sanzioni commerciali ed estendere i finanziamenti nel paese in cambio di un’intesa sulle materie prime critiche e di una stretta sui semiconduttori diretti verso la Repubblica Popolare – secondo Washington la maggior parte dei chip americani contrabbandati riuscirebbe ad aggirare le restrizioni proprio transitando attraverso la Malesia.
La cooperazione con la superpotenza rientra nel più ampio tentativo di contenere la proiezione tecnologica cinese nel Sud-Est asiatico e sottrarre molti paesi della regione dalle influenze di Pechino. Ma a dispetto delle pressioni e della forte dipendenza dalle esportazioni, Kuala Lumpur continua a dialogare senza rossore con russi, cinesi, turchi, indonesiani. Poche ore prima dell’arrivo di Donald Trump nella capitale, le Forze armate malaisiane hanno svolto esercitazioni congiunte con l’esercito pechinese per segnalare la capacità degli asiatici di giocare su più tavoli.
Discorso analogo a quanto avvenuto lo scorso agosto con i moscoviti, quando il sultano Ibrahim Iskandar ha affermato durante un incontro bilaterale con Vladimir Putin che la Russia rimaneva un «alleato imprescindibile della Malesia». Ennesima riprova dell’oculato equilibrismo del paese, ancor più efficace là dove si svolge la partita più rilevante per la supremazia.
Cina e Stati Uniti si contendono Timor Est
Di Franz Simonini
Il recente ingresso di Timor Est nell’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (Asean) apre una nuova faglia nella competizione tra Washington e Pechino. Per quanto di ridotte dimensioni, il paese occupa una posizione marittima e strategica cruciale, collocandosi come crocevia tra le rotte che collegano l’Oceano Indiano e quello Pacifico. Gli Stretti di Ombai e Wetar, che costeggiano i suoi confini settentrionali, ne rafforzano l’importanza, essendo tra i pochi corridoi oceanici profondi in grado di ospitare il transito dei sommergibili nucleari.
Negli anni la Cina ha progressivamente tentato di consolidare la propria penetrazione economica sull’isola attraverso ingenti investimenti e infrastrutture inserite nel progetto delle Nuove vie della seta, trasformando Timor Est in una potenziale zona di influenza periferica e funzionale agli interessi mandarini nell’arco meridionale dell’Asia.
Ma adesso l’ingresso di Dili nell’Asean potrebbe introdurre un fattore di instabilità, giacché per Washington il blocco è centrale per consolidare il contenimento indopacifico ai danni della Repubblica Popolare, fornendo un ulteriore canale di influenza in una regione in cui la presenza a stelle e strisce è sottoposta a pressioni crescenti.
Mentre per i timoresi si tratta del primo vero inserimento ufficiale dopo anni di equilibrismo tra le due potenze, per Washington e Pechino l’adesione all’Asean del paese segna l’apertura di un nuovo capitolo della competizione per il controllo degli abissi delle acque indopacifiche.
La Bolivia vira verso Washington
Di Giacomo Stefani
Le recenti elezioni presidenziali hanno visto trionfare Rodrigo Paz, favorevole al riavvicinamento con gli Stati Uniti dopo una fase ventennale di ostracismo verso la superpotenza – interpretata sul piano politico da Evo Morales. Mentre nel 2006 l’ascesa di quest’ultimo segnalò la volontà degli amerindi di scalzare l’élite di origine europea, il recente crollo del partito Movimento al socialismo (Mas) certifica la volontà dei boliviani di archiviare (temporaneamente) le ostilità con Washington.
Paz, che ha lungamente studiato negli Stati Uniti, è riuscito a raccogliere un ampio consenso soprattutto tra le due etnie maggioritarie del paese, i quechua e gli aymara, e ha già annunciato che rivedrà i contratti stipulati con Cina e Russia in merito all’estrazione di litio nell’area del Salar de Uyuni. Tali accordi hanno coinvolto la russa Uranium One Group e la società di Hong Kong CBC Investment Corporation, per un valore complessivo di 2 miliardi di dollari. Negli ultimi anni le mire sino-russe sulle materie prime (e non solo) boliviane hanno incrementato le pressioni di Washington, capace di cavalcare le enormi difficoltà economiche e sociali del paese per avvicinarsi a La Paz.
Il presidente neoeletto si è impegnato sin da subito a lasciarsi alle spalle il passato e ha annunciato che per la cerimonia di insediamento non saranno invitati i capi di Stato di Cuba, Venezuela e Nicaragua. Svolta inevitabilmente accolta con giubilo dal dipartimento di Stato, che in una nota si è detto «pronto a collaborare con la Bolivia dopo due decenni di cattiva gestione».