La Corte Suprema americana e i dazi
Di Dario Fabbri
Improvvisamente questa settimana i media europei hanno scoperto ciò che Domino scrive da mesi e mesi. Tecnicamente il presidente degli Stati Uniti non ha il potere di applicare i dazi. Nei giorni scorsi al cospetto della Corte Suprema è cominciato il dibattito sul tema e i giudici, pure quelli di orientamento conservatore, hanno espresso notevoli perplessità. «Il problema è che nessun presidente ha mai utilizzato la legge in questo modo», ha dichiarato il giudice Brett Kavanaugh, nominato nel 2018 proprio da Trump. Semplicemente la legge del 1977 autorizza il presidente, in caso di emergenza nazionale, a imporre sanzioni, non dazi. La sentenza definitiva della Corte Suprema è attesa entro il prossimo luglio. E sarà affascinante vedere cosa inventeranno i giudici conservatori, ovvero la maggioranza, notoriamente favorevoli ad applicare le leggi alla lettera.
Washington rafforza Porto Rico (contro Caracas)
Di Federico Bertasi
Impegnato ad aumentare la pressione sul Venezuela, il Pentagono ha ampliato la propria presenza militare nei Caraibi, dislocando velivoli, imbarcazioni e almeno 10mila soldati statunitensi a Porto Rico. Oltre ad aver simulato presso le coste dell’isola molteplici manovre di sbarco e infiltrazione, prontamente diffuse sui canali social del dipartimento della Guerra per inquietare il governo bolivariano, l’esercito starebbe anche rinnovando diverse infrastrutture civili e militari presenti nell’ex colonia spagnola. A dispetto dell’annunciato ridimensionamento bellico promosso dall’amministrazione Trump, dopo più di vent’anni di inattività ha riaperto la base navale portoricana Roosevelt Roads, distante meno di 800 chilometri dalle coste venezuelane e fulcro delle possibili operazioni mirate indirizzate verso il paese bolivariano.
Già assorbiti da fronti altrettanto cogenti, oggi gli Stati Uniti vorrebbero mobilitare il proprio apparato militare per acuire le fratture interne al governo guidato da Nicolas Maduro. Anche da qui le altisonanti dichiarazioni del presidente americano, sicuro il cambio di regime in Venezuela sia ormai imminente. Proposito nella realtà oltremodo complesso, capace di degenerare in un conflitto distante dagli imperativi della superpotenza.
Perché in Serbia montano le proteste
Di Giacomo Stefani
Sabato si è tenuta a Novi Sad una cerimonia in memoria delle sedici vittime del tragico incidente ferroviario avvenuto un anno fa alla stazione cittadina. A differenza delle dure manifestazioni di piazza che si sono trascinate nei mesi precedenti – cui è puntualmente seguita una dura repressione da parte delle Forze di polizia – la recente mobilitazione si è svolta senza gravi disordini di ordine pubblico. Eppure mentre nelle prime fasi i manifestanti chiedevano l’intervento risoluto della giustizia (ad oggi si registrano 13 incriminazioni, ma nessuna condanna) e un impegno maggiore nella lotta alla corruzione, oggi al centro del dibattito vi è la tenuta stessa del governo.
Preoccupato di perdere il controllo del paese, nelle stesse ore il presidente Aleksandar Vučić ha partecipato a una funzione per le vittime, proclamando una giornata di lutto nazionale da osservare anche nella Repubblica Srpska – un dettaglio che riflette il peso di Belgrado sull’entità appartenente alla Bosnia ed Erzegovina.
Al di là dell’apparente scontro governativo, le convulsioni in atto certificano lo scontro tra due anime della società serba. Da un lato le generazioni più giovani maggiormente legate all’Occidente, dall’altro quelle più anziane (rappresentate da Vučić) che non intendono rinnegare il legame sentimentale con la Russia, né abbandonare le proprie pretese sulla Republika Srpska e soprattutto sul Kosovo. Questioni vitali su cui si deciderà il futuro del paese.
Il Sahara occidentale conteso
Di Franz Simonini
Lo scontro cinquantennale tra il Marocco e il Fronte Polisario indipendentista arabo-berbero (sostenuto da Algeri) è entrato in una nuova fase per la contesa del Sahara occidentale. Preoccupati dalle crescenti influenze russe e cinesi in Algeria, gli statunitensi hanno appoggiato il piano di Rabat nel tentativo di stabilizzare la sponda africana dell’Atlantico. Per il regno marocchino la risoluzione rappresenterebbe una vittoria cruciale, assicurando la propria sovranità sul Sahara occidentale e trasformando il deserto in una piattaforma di collegamento tra l’Atlantico e il Sahel tramite porti, infrastrutture, miniere e reti energetiche.
Discorso opposto per l’Algeria, che percepisce lo sviluppo come una minaccia diretta ai propri interessi. L’eventuale successo di Rabat ridurrebbe l’influenza algerina sulla causa sahariana e ne limiterebbe la capacità di proiezione regionale, occludendo sistematicamente l’accesso all’Oceano Atlantico. Di qui il rafforzamento dei legami con Mosca e Pechino per controbilanciare l’asse ordito dalla superpotenza con il Marocco.
Divisa tra l’appartenenza atlantica e i propri imperativi strategici, l’Italia ha scelto di astenersi dalla votazione e mantenere una linea di equilibrio simbolica. Valutazione giustificata soprattutto dalla necessità di Roma di mantenere stabili gli approvvigionamenti energetici algerini e influenzare la sponda primaria del Mediterraneo.