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Venezuela, Perù tra Usa e Cina, Giappone vs Corea del Sud, Indonesia e Australia

Venezuela, Perù tra Usa e Cina, Giappone vs Corea del Sud, Indonesia e Australia

Gli sviluppi intorno al Venezuela

Di Dario Fabbri

Questa settimana il governo venezuelano ha annunciato la mobilitazione delle Forze armate e una serie di esercitazioni militari che dureranno fino a mercoledì prossimo. Chiaro il messaggio lanciato da Caracas: il regime di Maduro non si farà da parte se non sconfitto militarmente. Una complicazione per l’amministrazione Trump che, al contrario, vorrebbe ottenere la dissoluzione del governo attuale e l’avvento di un altro filostatunitense soltanto minacciando l’invasione. Secondo il governo venezuelano, un bluffWashington rischierebbe troppo lanciandosi in un’operazione militare di tale grandezza, specie adesso. E per questo rilancia.

In attesa dei prossimi eventi.

Il Perù nel caos

Di Federico Bertasi

Nelle scorse ore il parlamento peruviano ha interrotto i rapporti diplomatici con il Messico e dichiarato persona non grata Claudia Sheinbaum, presidente del gigante latinoamericano. La decisione giunge in seguito alla scelta del governo messicano di concedere protezione diplomatica a Betssy Chávez, ex prima ministra peruviana accusata di aver preso parte al fallito colpo di Stato ordito dal presidente Pedro Castillo nel 2022.

Conteso tra le maggiori potenze del pianeta, da diversi mesi il Perù sta attraversando da una grave crisi intestina, alimentata soprattutto dal diffuso senso di insicurezza e dalla corruzione endemica che ha travolto gli ultimi esecutivi. Pure senza rompere esplicitamente con gli Stati Uniti, Chávez e Castillo hanno accresciuto i rapporti con la Cina e accelerato le fasi conclusive di costruzione del porto di Chancay, inaugurato nel 2024 e controllato da Pechino. Smacco difficile da accettare per Washington, che da alcuni anni sta provando a rinsaldare la presa sul paese sudamericano per allontanare le infiltrazioni cinesi nel continente.

Tokyo sfida Seul sugli atolli contesi

Di Franz Simonini

Nelle scorse ore il Giappone ha negato il permesso agli aerei militari acrobatici sudcoreani di utilizzare la base di Naha, sull’isola di Okinawa, come punto di approdo per il rifornimento. Il diniego sarebbe stato motivato da un’esercitazione coreana di fine settembre sopra le isole Dokdo, sotto il controllo di Seul, ma rivendicate da Tokyo. Tale arcipelago di rocce (Takeshima secondo dizione giapponese), posto a 200 chilometri dalle isole Oki nipponiche e dall’isola Ulleung coreana, insiste in un luogo cruciale per il controllo delle rotte marittime che collegano la Manciuria esterna all’oceano Pacifico meridionale attraverso lo Stretto di Tsushima. Oltre a consentire il monitoraggio del passaggio delle navi e dei sottomarini, l’isola è la proiezione di Difesa primaria avanzata dei due Stati.

La disputa tra i due Stati affonda le radici nella storia, con rivendicazioni secolari che si sono acuite nell’ultimo secolo. La sconfitta del paese del Sol Levante nella seconda guerra mondiale portò alla firma del Trattato di San Francisco del 1951, che stabilì la restituzione dei territori dell’ex impero giapponese, ma non menzionò l’appartenenza delle “isole solitarie”. Solo tre anni dopo la Corea del Sud affermò de facto la propria sovranità sull’area tramite la costruzione di una stazione della guardia costiera, infrastrutture minori e il tracciamento della Linea Rhee.

Negli anni il Giappone ha preservato rivendicazioni amministrative e simboliche, soprattutto per non alimentare precedenti che possano riflettersi sulle contese territoriali delle isole Senkaku/Diaoyu con la Cina e delle Curili con la Russia. Pur dichiarandosi imparziali sulla contesa, gli Stati Uniti seguono con attenzione la disputa, giacché temono che un deterioramento dei rapporti tra Giappone e Corea del Sud possa indebolire la coesione della triangolazione Washington, Tokyo, Seul, perno della sicurezza regionale anticinese.

L’Indonesia non vuole scegliere

Di Giacomo Stefani

Mercoledì il presidente indonesiano Prabowo Subianto ha siglato con il primo ministro australiano Anthony Albanese una bozza di intesa che punta a rafforzare la cooperazione nel settore della Difesa tra i due paesi. Il trattato, che verrà formalizzato ufficialmente entro l’inizio del 2026, prevede l’ampliamento della condivisione di informazioni d’intelligence e della cooperazione securitaria tra Giacarta e Canberra. A meno di un mese dalla stipula di un trattato analogo con Papua Nuova Guinea, l’Australia pare determinata ad avvicinarsi a diversi Stati nella regione nel tentativo di contenere l’espansione cinese nell’Indopacifico.

Contesa tra le potenze, l’Indonesia intende invece profittare delle tensioni crescenti per preservare una postura di non allineamento. Volontà certificata pure dall’attivismo del presidente Subianto, capace di mostrarsi senza esitazioni tanto alla parata militare voluta da Xi Jinping quanto sul ponte delle unità navali australiane. Al di là dei proclami di circostanza, l’intesa raggiunta non basterà a modificare gli equilibri regionali – così come non obbligherà nessuna delle due parti a intervenire in caso di aggressione. Del resto, come ama ricordare lo stesso presidente indonesiano citando un proverbio (non a caso) mandarino, «mille amici sono troppo pochi, un nemico è troppo».

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