Pace per l’Ucraina?
Di Dario Fabbri
Il piano di pace per l’Ucraina, anche questo intestato a Trump, evidentemente esperto di ogni dossier, dal Medio Oriente al Ruanda, è al centro del negoziato. Trattasi di una proposta di cessate-il-fuoco, in (sbandierati) 28 punti, vergata tra Pentagono e consiglio per la Sicurezza nazionale, pensata per sedurre la Russia e abbassare la tensione in Europa. Di qui le maggiori concessioni previste in favore di Mosca, compresi il trasferimento dell’intero Donbass, pure non conquistato dall’esercito invasore, l’ufficiale dichiarazione di neutralità per Kiev e il reintegro della Russia nel sistema economico-commerciale occidentale. Abbastanza, in linea teorica, per allontanare la Federazione della Cina, obiettivo ultimo della manovra. Ma senza cedere il controllo sull’Ucraina, anche in caso di congelamento delle ostilità. Al di là del piano e degli annunci, Kiev resterà nel campo statunitense, conclamando la sconfitta strategica di Mosca, scambiata per vittoria, specie qui da noi.
Il senso della visita di Mohammad bin Salman alla Casa Bianca
Di Federico Bertasi
Dopo più di sette anni dall’ultima visita ufficiale negli Stati Uniti, martedì il principe ereditario saudita è stato ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump. A dispetto della freddezza (retorica) manifestata dalla precedente amministrazione statunitense in seguito all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, questa volta bin Salman è stato accolto con un palmare entusiasmo, segno (anche) dell’attuale convergenza tra i due paesi. Tre le questioni fondamentali al centro dell’incontro, aleggianti (quasi) interamente attorno alla normalizzazione dei rapporti con Israele: le forniture di F-35 all’esercito saudita; l’accesso di Riad alla tecnologia nucleare civile statunitense; e la costruzione di data center statunitensi nel territorio mediorientale.
Come da prassi trumpiana, al termine dell’incontro la Casa Bianca ha sbandierato un accordo per dotare le Forze armate saudite di velivoli di quinta generazione. Ma la decisione necessita dell’approvazione del Congresso e rimane osteggiata da parte degli apparati della Difesa statunitensi (preoccupati del possibile accesso della Cina alla tecnologia washingtoniana) e israeliani (intenti ad assicurare la propria superiorità bellica nei cieli del Medio Oriente). Complicazioni altrettanto cogenti hanno investito pure la questione nucleare, ancora ben distante da una quadra nonostante la «piena sintonia» cantata da bin Salman nelle scorse ore.
Differente l’epilogo verso il dossier tecnologico. Mentre i vertici delle più importanti aziende informatiche della superpotenza hanno incontrato le delegazioni saudite per aumentare sensibilmente la cooperazione tra le parti e sfruttare le enormi risorse energetiche dell’Arabia, il principe ereditario ha assicurato ulteriori 400 miliardi di dollari di investimenti nel mercato tecnologico a stelle e strisce.
Mosca non molla l’Egitto (e il Mediterraneo)
Di Franz Simonini
Nelle scorse ore il segretario del Consiglio di sicurezza russo Sergei Shoigu si è recato al Cairo per discutere con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi degli sviluppi nella guerra in Medio Oriente, della costruzione della centrale nucleare di El-Dabaa e della fornitura di armi al paese nordafricano. Al di là degli evidenti interessi economici, commerciali e militari, l’incontro certifica la volontà di Mosca di rivitalizzare la propria influenza nel quadrante mediterraneo e levantino.
Negli ultimi mesi il conflitto nella Striscia di Gaza ha consentito ai russi di cavalcare ulteriormente una retorica antagonista all’Occidente, evidenziando in modo strumentale le contraddizioni statunitensi (e non solo). Forte dei contatti diretti sia con Israele che con Hamas, per Mosca l’Egitto sarebbe fondamentale per insinuarsi indirettamente nel processo di negoziazione e coordinamento degli aiuti umanitari, guadagnando peso diplomatico senza esporsi direttamente al conflitto.
Ma il rinnovato attivismo nell’area possiede obiettivi molteplici. Dopo il colpo di Stato ai danni del regime alauita, la Russia vorrebbe pure riallacciare i contatti con l’amministrazione siriana e recuperare un ruolo di garante di stabilità nel paese ai danni delle altre potenze. Le basi di Tartus e Hmeimim, piattaforma operativa per mantenere la presenza nel Mediterraneo, in Medio Oriente e nelle rotte che collegano il Mar Nero al Canale di Suez, sono centrali (anche) per bilanciare la proiezione della Turchia. In piena espansione imperiale, da alcuni Ankara va consolidando la propria influenza in quadranti fondamentali per i moscoviti, dalla Siria al Mediterraneo orientale fino al Corno d’Africa. Di qui la rinnovata centralità attribuita al Cairo, che nel disegno del Cremlino svolgerebbe una funzione di contrappeso rispetto alle ambizioni ancirane.
La Turchia non vuole perdere Cipro del Nord
Di Giacomo Stefani
La scorsa settimana il presidente neoeletto di Cipro del Nord Tufan Erhurman è stato ricevuto ad Ankara dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, l’unico capo di Stato al mondo a riconoscere formalmente la repubblica turco-cipriota. Benché altrettanto vicino agli anatolici, negli scorsi mesi Erhurman ha sostenuto una linea improntata al dialogo tra le due (tre) realtà cipriote, innescando le parziali preoccupazioni di Ankara. Scelta che lo scorso luglio aveva spinto proprio Erdoğan a sollecitare i ciprioti ad appoggiare il presidente uscente Ersin Tatar, favorevole alla soluzione dei due Stati promossa dalla Turchia.
L’ampia vittoria di Erhurman – ottenuta con oltre il 62% delle preferenze – ha riacceso l’attenzione di Ankara verso il proprio satellite. I negoziati sulla convivenza tra le parti dell’isola sono bloccati dal 2017 e la popolazione di Cipro del Nord continua a condividere il fardello della Turchia senza ottenere un riconoscimento tangibile. Preoccupato di perdere presa su un attore cruciale, il rais ha così elogiato la «maturità democratica dei turchi ciprioti» (leggi: in questi anni di sortite imperiali abbiamo sbagliato a dimenticarvi, ora vi ascolteremo), ribadendo tuttavia come «la soluzione dei due stati rimanga l’unica alternativa realistica» e che «i greci ciprioti non hanno alcun interesse a condividere sicurezza politica e prosperità economica».
Stagliato nel cuore del Mediterraneo orientale, Cipro rimane un presidio essenziale sia per il contenimento delle potenze avverse (Israele su tutti), che come crocevia invalicabile per il commercio marittimo regionale. Eppure sull’isola oggi Ankara paga la distrazione causata dagli interventi in Siria, Libia, Somalia. Rischiando di allontanarsi dove si sente più sicura.