La Cia tra Stati Uniti e Russia
Di Dario Fabbri
Nel negoziato tra Washington e Mosca si è inserita la Cia. Questa settimana l’agenzia Bloomberg ha pubblicato la trascrizione di una telefonata tra l’inviato dell’amministrazione Trump sull’Ucraina, Steve Witkoff, e uno dei principali consiglieri del Cremlino, Juri Ushakov. Dal testo emerge l’accordo tra le parti in merito ai territori da riconoscere alla Russia, il dichiarato “rispetto” di Witkoff per Putin e alcuni suoi (goffi) consigli per blandire Trump.
Al di là del contenuto, più o meno secondario per chi conosce questo tipo di dialoghi, vi è la sbandierata capacità dell’intelligence statunitense nel ricattare la Casa Bianca. Di tutti gli apparati washingtoniani, la Cia è quello più presente in Ucraina (con almeno 14 stazioni di ascolto) e, a differenza del passato, è ora favorevole all’apertura verso Mosca in funzione anticinese. Ma pretende voce in capitolo e non apprezza il ruolo di Witkoff.
La Cia non vuole far deragliare la trattativa (per ora), piuttosto la vuole influenzare. La Casa Bianca è avvertita.
Pechino teme l’accordo tra Washington e Mosca
Di Federico Bertasi
Consapevole di essere al centro dei dialoghi in corso tra americani e russi, nelle ultime ore la Cina ha risposto con molteplici movimenti. Lo scorso lunedì velivoli e navi da guerra provenienti dalle coste mandarine hanno attraversato lo Stretto di Taiwan e sconfinato nelle zone di identificazione di Formosa, accendendo le preoccupazioni delle Forze armate dell’isola (e non solo). Manovra pensata anche per rispondere alle crescenti tensioni innescate da nipponici e taiwanesi.
In settimana il presidente cinese Xi Jinping ha telefonato a Donald Trump per ribadire la centralità di Taipei, rispondendo simultaneamente agli annunci di acquisti di armamenti statunitensi da parte di Taiwan e alle scottanti dichiarazioni della prima ministra giapponese Sanae Takaichi, secondo cui un’eventuale invasione cinese sarebbe una «minaccia alla sopravvivenza» del Sol Levante. Oltre alle condanne di circostanza, in più di un passaggio il presidente mandarino ha minacciato di infliggere al Giappone una «sconfitta peggiore» rispetto a quella della seconda guerra mondiale (nota nella Repubblica Popolare come guerra di resistenza), alludendo velatamente alla possibilità di usare l’arma atomica contro l’arcipelago.
Preoccupati da una possibile tregua in Ucraina, oggi i cinesi provano ad accendere l’attenzione nel teatro indopacifico per strattonare gli americani su altri fronti e provare a evitare la pericolosa convergenza tra Washington e Mosca, pensata proprio dalla superpotenza per indebolire Pechino.
La Francia non vuole perdere le Isole Maurizio
Di Giacomo Stefani
La scorsa settimana Emmanuel Macron ha compiuto una visita ufficiale presso le Isole Maurizio, nella prima tappa del suo viaggio nel continente africano. Per quanto si sia trattato di un incontro lampo, la presenza del capo di Stato racchiude tutte le attuali preoccupazioni dell’Esagono sui propri possedimenti d’Oltremare – da oltre trent’anni un presidente francese non si recava nell’arcipelago. Inizialmente rimandata a causa dei funerali di papa Francesco, la visita si è rivelata quanto mai necessaria dopo il golpe che lo scorso ottobre ha scosso il vicino Madagascar e ha marginalizzato le influenze di Parigi.
Oltre a consolidare accordi in materia di approvvigionamento energetico, sicurezza alimentare e tutela ambientale – Parigi considera la protezione dei mari e la difesa della sovranità questioni sovrapponibili – è stata firmata anche una dichiarazione congiunta che prevede la possibilità di impartire l’istruzione nelle isole in lingue diverse dal francese. Tale concessione sarebbe fondamentale per evitare che serpeggi in loco un atteggiamento antagonista all’Esagono speculare a quello che attraversa l’Africa e molti dei possedimenti ex coloniali.
Deciso a preservare la sovranità sulle Isole Mascarene, Macron ha ribadito di condividere con le Maurizio un «destino comune nell’Oceano Indiano», spegnendo ogni possibile rivendicazione spalleggiata dalle potenze regionali e globali. Consapevolezza ulteriormente acuita in seguito alla cessione de facto delle Isole Chagos da parte della Gran Bretagna agli Stati Uniti avvenuta negli scorsi mesi.
India e Cina si contendono il Golfo del Bengala
Di Franz Simonini
L’attracco della principale portaerei della Marina indiana nel porto di Colombo – preludio dell’imminente visita del capo di Stato maggiore dell’esercito Upendra Dwivedi – segnala un’accelerazione evidente nella volontà di Delhi di consolidare il proprio primato nel Golfo del Bengala. Tale insenatura, che lambisce la costa orientale dell’India, Bangladesh, Myanmar e Sri Lanka, rappresenta un crocevia cruciale sospeso fra lo Stretto di Malacca, lo Stretto di Preparis e il canale dei dieci gradi che separa le isole Andamane e Nicobare.
L’operazione testimonia (anche) l’intenzione di alzare il livello del confronto con la Repubblica Popolare nel quadrante più sensibile dell’Indopacifico. Per l’India il controllo del golfo è fondamentale per garantire l’accesso commerciale e militare al Sud-Est asiatico.
Di converso, negli ultimi anni Pechino ha progressivamente consolidato la propria penetrazione lungo i litorali bengalesi attraverso investimenti e il controllo diretto dei porti singalesi, birmani e bangladesi, cercando di aggirare il contenimento statunitense ordito attorno alla penisola malese. Di qui il rinnovato attivismo di Delhi con investimenti in Sri Lanka e Bangladesh, oltre al rafforzamento della base a Port Blair sulle isole Andamane e Nicobare, piattaforma operativa centrale per monitorare le acque più contese del pianeta.