Perché è in stallo il negoziato sull’Ucraina
Di Dario Fabbri
Durante la seconda fase la trattativa s’è inceppata sul passaggio formale alla Russia dei territori occupati e sulle garanzie securitarie offerte a Kiev. Dopo l’iniziale piano in 28 punti vergato in assenza di ucraini e altri europei, la successiva proposta ridotta a 19 punti ha rinnegato la consegna a Mosca dell’intero Donbass, non conquistato interamente, e degli altri oblast presi più o meno per metà (Kherson e Zaporizzja).
Già abbastanza per provocare il “niet” del Cremlino. Ma, ancora più rilevante, i russi hanno detto “no” alla presenza in territorio ucraino di contingenti militari stranieri pure in assenza di un ingresso formale di Kiev nella Nato. Qui il punto.
Per Mosca l’unico modo di digerire la sconfitta strategica subita nella guerra risiede nella possibilità di ricominciare un giorno le ostilità, possibilmente quando le Forze armate della Federazione si saranno ricostituite e rafforzate. Un’eventualità che diventerebbe assai più complicata se in loco vi fossero ad attendere militari occidentali, specie baltici, britannici o statunitensi.
Mosca e Delhi si avvicinano contro Washington (e contro Pechino)
Di Pietro Matteo Salvia
Per la prima volta dall’inizio del conflitto in Ucraina, in queste ore il presidente russo è in visita ufficiale in India, dove ha incontrato il primo ministro Narendra Modi e ha preso parte ai lavori del ventitreesimo summit annuale tra i due paesi. Il viaggio diplomatico giunge in una fase delicata nei rapporti tra Delhi, Mosca e Washington: dopo un decennio di allineamento tattico in funzione anticinese, la postura americana verso l’India si è progressivamente ridefinita, con la superpotenza che ha applicato dazi commerciali e ritorsioni economiche per contenere l’eccessivo avvicinamento alla Federazione. Negli anni Delhi non ha mai aderito alle sanzioni imposte verso Mosca e ha sfruttato le difficoltà moscovite per acquisire greggio russo a prezzi nettamente inferiori. Inoltre la pressione tariffaria statunitense, assieme alla strumentale convergenza di questi con il Pakistan nelle partite securitarie mediorientali, ha rinvigorito il sentimento antiamericano già radicato nel paese.
Risucchiata dal conflitto ucraino, al contrario la Russia vede nel gigante demografico un possibile alleato regionale per attenuare la propria dipendenza dal Dragone. L’incontro tra Modi e Putin si colloca in questo contesto e, sebbene Washington manifesti pubblicamente la propria contrarietà all’avvicinamento, potrebbe parzialmente beneficiare dell’intesa tra i due paesi, poiché contribuirebbe a indebolire il legame privilegiato tra Mosca e Pechino.
La Cina accende il Mar cinese meridionale
Di Franz Simonini
Negli ultimi giorni la Cina ha intensificato la propria presenza nel Mar cinese meridionale, concentrando oltre trenta unità tra navi da guerra e guardia costiera attorno alle secche di Scarborough, Ayungin, Escoda e Pag-asa. Le navi hanno mantenuto pattugliamenti continui monitorando i movimenti delle Forze filippine e posizionando sistemi di sorveglianza avanzata lungo le tratte principali. Il controllo di queste aree contese consentirebbe a Pechino di intervenire sulle rotte commerciali e militari, oltreché esercitare pressione diretta sulle capacità operative di Manila e aprire un corridoio verso l’Oceano Pacifico attraverso il Mare di Celebes.
Preoccupato dalle mosse della Repubblica Popolare, il governo filippino ha rafforzato i pattugliamenti con elicotteri, aerei di ricognizione e droni tattici, allacciandosi alle simultanee esercitazioni condotte sull’isola di Guam da Stati Uniti, Giappone, India, Australia e Corea del Sud.
L’aumento delle tensioni da parte della Cina arriverebbe (anche) in seguito alla prima esercitazione congiunta tra Giappone e Filippine avvenuta lo scorso ottobre e all’annuncio di Tokyo sulla fornitura a Manila di sei navi da guerra. Peraltro i due paesi hanno pure concordato di posizionare piattaforme operative integrate con sistemi di rilevamento avanzati e intercettori pronti a intervenire nelle aree contese. Allarmati dall’incremento del soffocamento statunitense, oggi i mandarini tentano di aprire valvole di sfogo nel dirimpetto del Mar cinese meridionale, preparando la sfida per Taiwan.
La Russia prova a insediarsi in Sudan
Di Andrea Riboldi
In queste ore Mosca sta trattando con il governo sudanese l’accesso alla base militare di Port Sudan, sul Mar Rosso. L’intesa consentirebbe alla Federazione di schierare circa trecento militari e fino a quattro navi da guerra, rinnovando ulteriormente la propria presenza nel continente e monitorando una delle rotte marittime più sensibili del pianeta.
La riapertura del negoziato matura (anche) dal logorante conflitto che sta erodendo il margine di manovra dell’esecutivo sudanese, assai in difficoltà nel mantenere la presa sulla popolazione. In cambio dell’accesso all’infrastruttura e ai ricchi contratti minerari nel paese, Mosca fornirebbe armamenti avanzati e addestramento alle truppe governative africane. Si tratta di uno schema già ampiamente adoperato dalla Federazione, intenta a insinuarsi nelle criticità strutturali del continente per trarre profitti geopolitici. E pure ancora in fase embrionale, la trattativa segnala l’attivismo imperiale del Cremlino nella gestione degli snodi marittimi.
Al contempo, la temporanea cessione dell’avamposto di Port Sudan – pari a circa 25 anni secondo fonti russe e statunitensi – non lascia indifferenti gli attori regionali e globali. Mentre la Turchia vedrebbe inevitabilmente riequilibrata la sua postura nel Corno D’Africa, le monarchie del Golfo temono un possibile ridimensionamento nel vitale corridoio marittimo. Preoccupazioni che investono anche americani e cinesi, attenti a monitorare le manovre moscovite per evitare un’eccessiva pressione sulle rotte commerciali e sugli equilibri di sicurezza dell’intero Mar Rosso.