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Usa vs Venezuela, Australia e Giappone, dazi messicani, elezioni in Cile

Usa vs Venezuela, Australia e Giappone, dazi messicani, elezioni in Cile

La svolta retorica sul Venezuela 

Di Dario Fabbri

Questa settimana l’amministrazione Trump ha cambiato narrazione in merito al Venezuela. Con un post sulle reti sociali, lo stesso presidente ha annunciato “un embargo totale di tutte le petroliere sanzionate che partono o arrivano verso il paese sudamericano”, invitando il governo di Caracas a concedere a Washington “territorio, petrolio e strutture che ci ha rubato.
Altrimenti “il regime Maduro dovrà affrontare la più grande armada (sic) mai assemblata”. Dopo settimane trascorse a “giustificare” la massima pressione sul Venezuela per combattere i narcos e la diffusione del fentanyl (sic), la Casa Bianca ha adottato una comunicazione centrata sugli interessi petroliferi e sulla presunta “illegittimità” del regime di Maduro.
Evoluzione retorica che segnala l’allargamento dell’operazione e, soprattutto, l’aumento della pressione sullo stesso Trump da parte del dipartimento di Stato e della Cia, fino a costringerlo a utilizzare categorie tipiche del neoconservatorismo.
Con il serio rischio di un impantanamento per la superpotenza che sognava di rifugiarsi nel continente d’appartenenza. Un obiettivo semplicemente impossibile.

Giappone e Australia provano a schermarsi dalla Cina

Di Franz Simonini

La scorsa settimana Tokyo e Canberra hanno formalizzato l’istituzione del Quadro per il coordinamento strategico della Difesa (Framework for Strategic Defence Coordination) con l’obiettivo di rafforzare la deterrenza contro le minacce cinesi e integrare operazioni logistiche, di intelligence e militari tra le Forze di autodifesa giapponesi e l’Esercito australiano. A ciò si aggiunge anche l’acquisto da parte di Canberra di undici fregate potenziate classe Mogami prodotte dall’azienda nipponica Mitsubishi.

La cooperazione si aggiunge ai meccanismi consolidati già operativi nella regione (Quad e Aukus) pensati per costruire una rete di sorveglianza capace di contenere Pechino e ridurre i margini di manovra delle sue unità aeronavali nell’Indopacifico. Esigenza percepita come ancora più urgente dopo gli ultimi episodi critici, tra cui il recente uso da parte delle Forze armate cinesi di radar di controllo del tiro su velivoli giapponesi e australiani, il dispiegamento navale mandarino nei pressi di Formosa e le esercitazioni svolte in collaborazione con Mosca. Di qui dunque il tentativo di limitare le manovre della Repubblica Popolare nelle sue acque circostanti, amplificando ulteriormente l’architettura guidata dagli Stati Uniti.

Il Messico risponde dazio per dazio

Di Pietro Matteo Salvia

Nelle ultime ore il parlamento messicano ha ratificato una legge che introduce un aumento delle tariffe doganali sulle merci provenienti da diversi paesi asiatici, concentrandosi in particolare sul settore automobilistico, metallurgico, tessile e delle materie plastiche. Nell’ultimo lustro le misure adottate dal governo di Washington contro i prodotti mandarini hanno progressivamente trasformato il Messico in un corridoio (quasi) obbligato per l’accesso cinese al mercato statunitense, producendo al contempo un afflusso massiccio di beni a basso costo nel mercato interno messicano.

Ufficialmente la decisione di Città del Messico sarebbe maturata in seguito alle crescenti pressioni della superpotenza, intenzionata a spezzare l’interscambio commerciale tra il paese ispanico e la Repubblica Popolare. Nei fatti, tuttavia, la convergenza del gigante latino con le richieste statunitensi risponde all’esigenza di tutelare una produzione industriale sottoposta a una competizione sempre più aggressiva, alimentata specialmente dall’ingresso di prodotti cinesi, indiani, tailandesi e indonesiani.

L’inasprimento delle gabelle assume inoltre il valore di una leva negoziale nei confronti di Washington per ottenere una rimodulazione al ribasso dei dazi applicati alle esportazioni messicane. Confermando, ancora una volta, la capacità del gigante latino di opporsi ai desiderata statunitensi.

Dove va il Cile

Di Giacomo Stefani

Domenica José Antonio Kast ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali cilene, ribaltando l’esito del primo turno che aveva premiato Jeannette Jara. La sua elezione rappresenta una svolta rispetto ai governi precedenti, interrompendo (temporaneamente) la traiettoria politica che ha caratterizzato l’ultimo decennio del paese. A destare particolare clamore sono anche le origini del neoeletto: figlio di un ex soldato della Wehrmacht e dichiaratamente simpatizzante di Augusto Pinochet.

Durante la campagna elettorale i due candidati si sono concentrati su immigrazione e sviluppo economico, tematiche considerate prioritarie dalla popolazione per affrontare la fase di stagnazione economica e di insicurezza che attraversa il paese. Ma sotto la patina politologica dello scontro fra destra e sinistra si cela soprattutto la postura da adottare verso gli Stati Uniti, in questo frangente impegnati a monitorare con particolare attenzione il proprio continente. Dopo aver rafforzato i rapporti con Bolivia e Honduras, Washington intende ampliare la propria influenza in Cile e interrompere l’ampio interscambio economico e militare con la Cina. Anche di qui dunque l’aumento dei finanziamenti da parte della superpotenza verso la comunità evangelica cilena, che non casualmente ha avuto un ruolo determinante nel sostegno a Kast durante l’ultima tornata elettorale.

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