Pechino accerchia Taiwan
Di Federico Bertasi
Tra lunedì e martedì la Cina ha inviato oltre 200 velivoli e 50 navi per circondare Taiwan e simulare un blocco navale dell’isola. Pur senza raggiungere un dispiegamento pari alle esercitazioni del 2024, nelle manovre sono state mobilitate anche le Forze missilistiche. Inoltre, secondo il governo di Pechino (ma non quello di Taipei), almeno un jet avrebbe violato lo spazio aereo taiwanese senza essere intercettato.
Sono almeno tre le ragioni che hanno spinto la Repubblica Popolare ad accerchiare Formosa. Anzitutto il recente inasprimento delle tensioni nel quadrante regionale, con Taiwan, Australia, Filippine, Corea del Sud e Giappone che nelle scorse settimane hanno aumentato la pressione contro la Cina sia dal punto di vista retorico che militare. Troppo per la Repubblica Popolare, che considera tali iniziative come eccessivamente provocatorie.
Vi è poi lo scontro con Washington. A dispetto del cantato isolamento della superpotenza, pochi giorni prima di Natale l’amministrazione americana ha annunciato la vendita di un pacchetto di armamenti da oltre 11 miliardi di dollari al governo taiwanese. Al centro vi è soprattutto la volontà degli Stati Uniti di affidare a Formosa la capacità di difendersi (semi)autonomamente nelle prime ore di un possibile attacco anfibio da parte di Pechino. Ulteriore miccia d’innesco per le rivendicazioni dei mandarini.
In ultimo le preoccupazioni dei cinesi per il possibile negoziato tra americani e russi. Consapevole di essere oggetto delle trattative, la Repubblica Popolare prova a ostacolare i dialoghi (anche) costringendo Washington a concentrarsi sull’Indopacifico. Là dove si giocherà la contesa per la supremazia.
Perché Israele ha riconosciuto il Somaliland
Di Franz Simonini
Negli scorsi giorni Israele ha simbolicamente formalizzato un percorso di riconoscimento diplomatico del Somaliland con l’obiettivo di stabilire un avamposto strategico nel Corno d’Africa e integrare capacità di monitoraggio e intelligence nel Golfo di Aden. A ciò si aggiunge la volontà dello Stato ebraico di contrastare la proiezione di potenza della Turchia, centrata sulla più grande base militare ancirana di Turksom in Somalia, e di arginare l’influenza iraniana proiettata attraverso le attività balistiche e di interdizione navale delle milizie yemenite degli huthi. Di qui, il tentativo di limitare le manovre di Teheran e di Ankara amplificando ulteriormente un’architettura di influenza e sicurezza nello stretto di Bab el-Mandeb e nel Mar Rosso.
In questo quadro si aggiunge anche il possibile riconoscimento da parte di Taiwan, che vedrebbe nella mossa israeliana un precedente da sfruttare per il proprio riconoscimento internazionale.
Il possibile insediamento di capacità israeliane sulle coste di Hargheisa ha innescato una risposta immediata da parte di Ansar Allah in Yemen in coordinamento con Teheran, identificando future installazioni come obiettivi militari da distruggere. La Turchia, invece, si sarebbe (per ora) limitata a dichiarazioni di facciata.
Oggi lo Stato ebraico vorrebbe ampliare la propria influenza marittima e terrestre su tutto il Levante, sfruttando ogni margine della delega statunitense dell’area.
La lunga mano della Cina sulla Libia
Di Giacomo Stefani
La scorsa settimana è stato siglato un accordo di cooperazione militare fra il Pakistan e la Libia governata dall’Esercito nazionale che prevede la vendita di 16 caccia multiruolo JF-17 per un valore stimato di 4 miliardi di dollari. Oltre ai crescenti legami con l’Egitto e alle prove di distensione con Ankara, in questa fase il generale Khalifa Haftar è alla ricerca di maggiore sostegno bellico per prendere il controllo dell’intero paese.
A guidare la delegazione pakistana c’era il generale Asim Munir, da novembre divenuto figura preminente del paese grazie a una riforma costituzionale che ha ampliato il suo controllo sulle Forze armate. Benché i velivoli vengano forniti formalmente dal Pakistan, questi sono frutto di un progetto sino-pakistano tra la Chengdu Aircraft Corporation e il Pakistan Aeronautical Complex. La sinergia militare fra i due paesi risulta essere sempre più profonda (a inizio dicembre si è tenuta un’esercitazione anti-terrorismo congiunta nel Pakistan settentrionale), ma in questa occasione trova ulteriori spazi di applicazione. Dopo gli scontri diretti con l’India nel maggio 2025 Islamabad ha provato ad ampliare il proprio peso internazionale, come dimostrato dall’accordo nucleare con l’Arabia Saudita e dalla possibilità di stazionare proprie Forze di interposizione nella Striscia di Gaza.
Similmente Pechino intende sfruttare il Pakistan per inserirsi nel Mediterraneo senza esporsi in forma plateale attraverso una cooperazione militare vincolante. Inoltre tale nuova iniezione di rifornimenti militari, non più solo di provenienza russa, potrebbe riaccendere i propositi di Haftar nei confronti di Tripoli, soltanto temporaneamente infranti nel 2019.
Per l’Italia c’è da constatare l’ulteriore scadimento di quella che fu la Quarta sponda e che oggi vede trafficare indisturbate potenze regionali e globali.
Perché Washington ha bombardato la Nigeria
Di Federico Bertasi
Il giorno di Natale gli Stati Uniti hanno condotto un attacco aereo contro diverse postazioni legate (apparentemente) alle milizie di Boko Haram e dello Stato Islamico (Is) nelle regioni nord-occidentali della Nigeria. Oltre una dozzina di missili Tomahawk lanciati dalle imbarcazioni militari statunitensi nel Golfo di Guinea avrebbero ucciso un «numero elevato di terroristi» e distrutto «molteplici accampamenti jihadisti». Il tutto è avvenuto di concerto con l’esercito nigeriano.
Da decenni il governo di Abuja fronteggia milizie, tribù e fazioni ostili. Il paese è spaccato lungo la dorsale che attraversa la capitale: a sud la maggioranza cristiana, più esposta ai contatti con l’estero; a nord quella musulmana, relegata a una dimensione terragna e quasi autocefala. Fin dal suo insediamento l’amministrazione Trump ha accusato il governo nigeriano di «non proteggere a sufficienza i cristiani dagli attacchi delle milizie». E negli ultimi mesi la superpotenza ha aumentato la pressione sul paese africano, approfondendo al contempo la cooperazione militare.
L’attacco delle scorse ore ha un evidente valore simbolico e uno puramente tattico. Da mesi i gruppi evangelici e parte del movimento Maga sollecitavano un intervento degli Stati Uniti in difesa dei cristiani nigeriani. Anche di qui la scelta della Casa Bianca di posticipare il raid programmato per i primi giorni di dicembre e colpire proprio il giorno di Natale. Ma la religione è soltanto uno dei fattori dello scontro interno nigeriano, dove rivalità etniche, tribali e storiche sono state acuite pure dalle scarse terre coltivabili e dalle limitate risorse idriche. Con gli attacchi statunitensi che difficilmente avranno un reale impatto sui cristiani del paese africano.
Assai più cruciale invece il proposito tattico pensato da Washington. Negli ultimi dieci anni la Cina ha notevolmente approfondito le relazioni con il governo nigeriano, che al contempo ha cavalcato il diffuso sentimento antioccidentale presente nella popolazione per distanziarsi dagli Stati Uniti. Qui le aziende cinesi hanno investito largamente nelle infrastrutture, nel settore energetico e nelle materie prime, concentrandosi soprattutto nell’estrazione di oro e litio. Convergenza oltremodo pericolosa e che ha spinto gli americani a intervenire e collaborare con l’esercito di Abuja utilizzando la difesa dei cristiani sul piano narrativo. Consapevole delle prossime mosse statunitensi, già a novembre il governo cinese aveva annunciato di «opporsi fermamente» all’utilizzo della «religione e al rispetto dei diritti umani» da parte di Washington per interferire nella politica nigeriana e ostacolare l’espansione di Pechino in Africa.