Cosa rischiano gli Stati Uniti in Venezuela
Di Dario Fabbri
Dopo la cattura di Maduro prosegue l’embargo totale statunitense contro il Venezuela. Di fatto, la principale arma per imporsi sul regime, decapitato ma ampiamente in vita.
Nell’immediato, chiusa in sé stessa, la República Bolivariana non può resistere a tanta pressione. Dunque dovrà in parte, se non totalmente, accettare le richieste di Washington.
Ma il Pentagono non può sostenere per sempre l’embargo dal mare e dal cielo. Allora la situazione potrebbe mutare.
Pur non amando Maduro, i venezuelani non intendono finire sotto il tallone dei gringos, non dopo essersi sbarazzati dell’oligarchia bianca che per decenni ha dominato il paese – questa la funzione del chavismo.
Allora le fazioni più oltranziste potrebbero recuperare notevole margine di manovra, ponendo Washington davanti a un bivio: intervenire nuovamente per soffocare il regime, consapevole della temporaneità di tale misura, oppure entrare definitivamente nel territorio, con il serio rischio di impantanarsi. Nelle parole di Trump, ampiamente influenzato (manipolato?) dagli apparati neocon: «potremmo rimanere in Venezuela per anni». Ciò di cui tratterà il nuovo numero di Domino, in uscita la prossima settimana.
Che succede in Iran
Di Federico Bertasi
Nelle ultime ore le proteste in Iran si sono fatte violente, con ampie manifestazioni che hanno puntinato le principali città del paese (e non solo). Almeno quaranta persone sarebbero state uccise dalle Forze di sicurezza del regime, che da giovedì ha anche oscurato l’accesso a internet per ostacolare il coordinamento dei tumulti e contenere le tensioni.
Formalmente la miccia d’innesco delle rivolte sarebbe stata la galoppante inflazione che da alcuni anni travolge la Repubblica Islamica e rende pressoché impossibile acquistare beni provenienti dall’estero. Pretesto a cui si è appigliata una frangia consistente della popolazione per espandere il dissenso ed esprimere la propria insofferenza contro il regime, incapace d’intercettare una parte crescente del sentire popolare.
Per quanto diffuse, finora le manifestazioni sono state tendenzialmente disorganizzate e poco violente – perlomeno non sufficientemente violente per rovesciare il governo degli āyatollāh. In attesa degli eventi, anche Stati Uniti e Israele hanno preferito attendere prima di intervenire militarmente contro Teheran. Epperò adesso il crescere delle tensioni potrebbe innescare un cambio al vertice, magari coadiuvato da un intervento degli apparati militari contro la stessa leadership religiosa.
Washington punta alla Groenlandia
Di Giacomo Stefani
Forti del successo della sortita condotta in Venezuela, gli Stati Uniti non hanno perso tempo nel lanciare minacce nel proprio continente, dalla Colombia a Cuba, dal Messico fino alla Groenlandia. Soggetti diversi per gradi di importanza e peso specifico, ma accomunati dall’intento washingtoniano di ridurre le minacce nelle Americhe. Neanche l’inerme isola artica sfugge alla sindrome rabbiosa della superpotenza.
Da tempo sono noti gli strali di Donald Trump verso il territorio attualmente sotto la corona danese: un giorno offre la possibilità di comprarla – nelle ultime ore è circolata un’ipotesi di trattato di libera associazione – e un altro minaccia iniziative militari per prenderne possesso con la forza. Più che l’interesse verso le terre rare o la rotta artica, il vero nodo è la penetrazione russo-cinese, da troppo tempo trascurata. «Ci serve assolutamente la Groenlandia: è circondata dalle navi di Mosca e Pechino», ha ribadito più volte il nostro sgombrando il campo da ogni motivazione di matrice utilitaristica.
Sullo sfondo resta lo stallo degli europei, stupiti sopra ogni cosa dallo stesso atteggiamento riservato tanto agli alleati quanto ai rivali, incapaci di riconoscere la natura prevaricatrice di un impero e indaffarati a decifrare la fase attuale come la fine dell’“imperialismo etico” e l’avvento della “democrazia armata” – l’assenza di strumentario geopolitico produce esilaranti espressioni maccheroniche.
Perché Zelenskj ha scelto Budanov
Di Dario Quintavalle
All’inizio del nuovo anno il presidente ucraino Zelenskj ha annunciato un forte rimpasto di governo dopo lo scandalo corruzione. Kyrylo Budanov è stato nominato Capo dell’Ufficio del Presidente. Oleh Ivashchenko lo sostituisce a capo del servizio di intelligence militare (Hur). Per gli ucraini Budanov è una figura quasi leggendaria. Sotto la sua guida l’intelligence ha condotto numerose operazioni audaci, sabotaggi e attacchi con droni in profondità nel territorio russo.
Addestrato dalla Cia e gradito agli Stati Uniti, nel gennaio del 2025 Budanov avvertì gli apparati di Washington del rischio di un impantanamento militare degli ucraini nel lungo periodo. Anche per questo la superpotenza oggi spinge per un accordo con Mosca. Forte del controllo su una vasta gamma di unità militari e paramilitari ultranazionaliste, nelle scorse settimane i principali media ucraini (Ukrainska Pravda) individuavano in Budanov l’uomo che potrebbe aiutare Zelenskj a lasciare il potere senza incorrere in attentati o arresti.
L’ex capo dell’intelligence affiancherebbe così il presidente ucraino in vista delle elezioni presidenziali e parlamentari, riducendo al contempo il margine di Zaluzhny, l’ex comandante in capo che sta per dimettersi da ambasciatore in Gran Bretagna. Non è escluso che adesso Budanov possa ambire alla presidenza, segnalando al contempo agli statunitensi – in particolare alla frangia repubblicana “intransigente” – la disponibilità a dialogare con la Casa Bianca.