Il dilemma americano in Iran
Di Dario Fabbri
Gli Stati Uniti stanno valutando se colpire la Repubblica Islamica e inserirsi nelle proteste.
A differenza che nei media europei, all’interno della Cia (e parzialmente del Pentagono) vi è maggiore consapevolezza di cosa sia l’Iran.
Un impero in miniatura, la Repubblica Islamica è composta da una popolazione eminentemente giovane, sprovvista di complesso d’inferiorità per l’Occidente, persiana soltanto per il 55%.
Contrariamente al 2022, quando le proteste esplosero dopo la barbara uccisione di una giovane di etnia curda, questa volta sono nate tra la maggioranza persiana, unica detentrice dell’impero, associata alla minoranza azera (turcofona).
A scatenare la rabbia, la sensazione che le privazioni economiche e politiche non siano servite ad aumentare o a conservare l’impero esterno. Una disillusione approfondita dal crollo del regime siriano, dalle difficoltà di Hezbollah e di Hamas, dall’umiliazione subita nel conflitto contro israeliani e statunitensi.
Lo scorso giugno Domino avvertì che la guerra tatticamente perduta avrebbe innescato la protesta. E così è stato. Semplice il ragionamento: un regime, già oltremodo religioso e ingiusto, diventa inviso alla maggioranza se ne distrugge pure l’orgoglio.
Questo il senso del coro ricorrente: “Na Ghazze na Lebnan, jânam fadâ-ye Irân” (“né per Gaza né per il Libano, la mia vita per l’Iran”).
Quanto chiaro anche agli apparati statunitensi che ora sono davanti a un dilemma. Colpire o meno l’Iran?
Da un lato, l’attacco, specie contro i pasdaran, potrebbe frenare le repressione e indebolire ulteriormente il regime agli occhi dei persiani che lo valutano con i parametri di cui sopra.
Dall’altro, al contrario, potrebbe proprio (ri)accendere l’orgoglio dei persiani, capaci di coagularsi contro l’ingerenza esterna, trasformando in boomerang l’iniziativa statunitense.
Di qui, l’incertezza di Washington, ovviamente quaggiù attribuita a Trump. Da sciogliere nelle prossime ore.
Quanto vale la Groenlandia
Di Federico Bertasi
Mercoledì si è svolto presso la Casa Bianca un vertice tra l’amministrazione statunitense, il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e il suo omologo groenlandese Vivian Motzfeldt. Al centro il futuro dell’isola artica.
La recente offensiva a stelle e strisce in Venezuela ha alimentato gli spauracchi di groenlandesi e danesi, sempre più timorosi di diventare i prossimi obiettivi di Washington. Ed è proprio in questa fase che la superpotenza punta a ottenere il più possibile al tavolo delle trattative, con gli apparati che contano di nascondersi dietro le minacce di Donald Trump per acquisire definitivamente il controllo della Groenlandia. Anche a costo di intervenire militarmente. E senza curarsi della reazioni degli europei.
Sono almeno tre le motivazioni che accendono l’attenzione degli Stati Uniti per l’isola. Anzitutto la tutela delle rotte artiche, ancor più cruciali a causa dell’incipiente scioglimento dei ghiacci. Vi è poi la questione dell’acquisizione di materie prime, di cui la Groenlandia è ricca sia nel sottosuolo quanto che nei fondali marini. Su tutto idrocarburi, oro e materie prime critiche, cruciali per il settore della Difesa e ridurre la dipendenza da Pechino. La gestione dell’isola sarebbe altrettanto centrale anche per contenere infiltrazioni russe e cinesi, specie in ottica futura. Gli statunitensi ritengono che la Groenlandia potrebbe divenire una porta d’accesso all’emisfero occidentale in caso di impegno su altri fronti.
Motivo per cui nelle prossime settimane Washington potrebbe accendere l’attenzione anche sulle Isole Svalbard, formalmente controllate dalla Norvegia ma altrettanto decisive per la sicurezza dell’Artico. Non soltanto retorica trumpiana.
La Cina in Sudafrica
Di Franz Simonini
Questa settimana Repubblica Popolare e Sudafrica hanno dato il via all’esercitazione navale «Will for peace 2026», che si è conclusa nelle prime ore di venerdì 16 gennaio e ha coinvolto diversi paesi appartenenti ai Brics. Pechino ha guidato le operazioni navali schierando il cacciatorpediniere lanciamissili Cns Tangshan (Type 052Dl), dotato di avanzati sistemi di Difesa aerea, e la nave da rifornimento Cns Taihu.
Mentre Mosca ha schierato la corvetta Rfs Stoikiy (classe Steregushchiy), equipaggiata per la guerra sottomarina con elicotteri Ka-27Pl, supportata dalla petroliera Yelnya, Teheran aveva inizialmente dispiegato la base mobile Iris Makran, la corvetta Iris Naghdi e la nave da spedizione Iris Shahid Mahdavi, salvo poi ordinarne il rientro in seguito ai recenti sconvolgimenti interni. Il Sudafrica ha partecipato con la fregata Sas Amatola, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno completato il dispositivo navale schierando una corvetta della classe Bani Yas.
Oltre all’aspetto scenografico, l’obiettivo mandarino è rafforzare la propria presenza nelle acque dirimpetto al Capo di Buona Speranza e al Capo Agulhas, bilanciare il peso della Marina militare statunitense e assumere la guida (non soltanto retorica) del Mondo Contro sfruttando la crescente influenza nel raggruppamento Brics. La cooperazione si aggiunge inoltre ai meccanismi già operativi tra i diversi soggetti, come l’annuale esercitazione “Mosi” tra Cina, Russia e Sudafrica, e pensati per costruire una rete di coordinamento con l’obiettivo di contenere l’influenza di Washington e aprire spazi di manovra sostitutivi.
Perché gli Stati Uniti riscoprono il Pakistan
Di Pietro Matteo Salvia
Nelle ultime ore Washington e Islamabad hanno avviato un’imponente esercitazione militare congiunta per contenere le manovre indiane e aumentare il peso della superpotenza nella regione.
Benché negli ultimi decenni gli Stati Uniti abbiano riversato sull’India ingenti risorse tecnologiche, militari ed economiche, Delhi ha progressivamente orientato la propria politica estera verso una postura autocentrata e ambigua: pur riconoscendo la pressione esercitata dalla Cina, il gigante demografico ha aderito in modo strumentale alla narrativa multipolare promossa da Pechino e ha sostenuto lo sforzo bellico russo attraverso massicci acquisti di petrolio. Questa convergenza ha parallelamente spinto Islamabad nell’orbita cinese, da cui oggi importa l’80% dei propri sistemi d’arma e da cui affluiscono capitali e manodopera destinati alla costruzione di grandi infrastrutture, con epicentro nel porto di Gwadar, impiegato sia per finalità civili sia militari.
Il protratto doppiogiochismo di India e Pakistan ha così ristretto il margine di manovra statunitense nella regione. Di qui il rinnovato interesse in chiave militare verso il Pakistan, considerato un perno essenziale per bilanciare le ambizioni indiane e russe e per esercitare pressione sulla Cina lungo il suo fianco occidentale.