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Negoziato Usa-Iran, Polo Sud, Accordo Usa-India, Pechino e Washington in Australia

Negoziato Usa-Iran, Polo Sud, Accordo Usa-India, Pechino e Washington in Australia

Il senso del negoziato Stati Uniti-Iran

Di Dario Fabbri

Per ora l’Armada statunitense, come ama chiamarla Trump, vuole imporre il negoziato. Venerdì in Oman sono cominciati i colloqui tra la delegazione americana e quella iraniana. Sul piatto le richieste avanzate da Washington. Rinuncia al programma missilistico balistico, “all’influenza nella regione” e, su tutto, all’arricchimento dell’uranio. Affinché Washington allenti la pressione militare e le sanzioni economiche, Teheran dovrà necessariamente accettare, almeno in apparenza, alcune di queste condizioni.

In questo momento per gli Stati Uniti non avrebbe senso lanciarsi in una guerra contro la Repubblica Islamica, decisamente più rischiosa di un’operazione in Venezuela. ​Peraltro negli ultimi mesi la sfera d’influenza iraniana nel Grande Medio Oriente si è assai ridotta, mentre cinesi e russi beneficerebbero volentieri di un’altra distrazione statunitense.

Ma i fallimentari attacchi israelo-statunitensi dello scorso giugno non hanno obliterato il programma nucleare di Teheran – benché l’amministrazione Trump abbia a lungo raccontato il contrario. E la guerra, raccontata come “lampo”, resta un’opzione. Non certo per aiutare (sic) i rivoltosi – tanta promessa è nel frattempo scomparsa dalla retorica d’Oltreoceano. Quanto per umiliare ulteriormente il regime o per seguire le ambizioni degli apparati neocon, da tempo capaci di insinuarsi anche nella Casa Bianca trumpiana.

Washington torna al Polo Sud

Di Pietro Matteo Salvia

Negli scorsi giorni diversi funzionari statunitensi hanno ispezionato le stazioni di ricerca cinesi situate al Polo Sud. Formalmente tali attività sono consentite ai membri del Trattato antartico, stipulato nel 1959 per evitare che la competizione tra Washington e Mosca si estendesse anche nell’emisfero australe e innescasse un dispiegamento di Forze militari al di sotto del sessantesimo parallelo meridionale. Le perlustrazioni washingtoniane arrivano dopo sei anni di apparente dormiveglia del quadrante.

Due fattori hanno però surriscaldato il contesto antartico. Anzitutto si sono moltiplicate le attività di Pechino e Mosca. La Cina ha aperto laggiù una nuova stazione di ricerca nel 2023, accompagnata da un dispiegamento militare inedito giustificato da esigenze logistiche. La Russia, dal canto suo, ha rinnovato infrastrutture sovietiche e costruito una nuova base di ricerca.

Il secondo fattore riguarda invece il valore geografico dell’area, amplificato dalla competizione fra Stati Uniti e l’improbabile coppia sino-russa. A differenza dell’Artico, il continente antartico è una massa terrestre, non un dominio marittimo. Peraltro il Polo Sud offre un chiaro vantaggio nella competizione spaziale, rendendo le stazioni antartiche cruciali per i sistemi satellitari. L’area garantisce al contempo proiezione sui principali oceani del pianeta e potenziali disponibilità estrattive (per ora) vietate dal Protocollo di Madrid.

In questa landa inospitale, l’unico strumento per esercitare rivendicazioni è l’installazione di stazioni di ricerca. E dopo anni di ispezioni sporadiche, Washington intensifica ora le proprie attività sul continente per sorvegliare le attività dei rivali.

Gli americani vogliono separare russi e indiani

Di Franz Simonini

Dopo l’annuncio dell’accordo commerciale raggiunto la scorsa settimana tra Unione Europea e India, nelle ultime ore anche Washington e Delhi hanno formalizzato una nuova intesa mercantile. La cooperazione prevede un azzeramento dei dazi sulle merci statunitensi e una riduzione, dall’attuale 50% al 18%, su quelle indiane. Al di là delle percentuali, l’obiettivo dell’amministrazione Trump (e degli apparati) è allontanare l’India dagli idrocarburi russi, promettendo in cambio l’apertura a nuovi mercati e l’accesso alle risorse a stelle e strisce. La manovra washingtoniana permetterebbe dunque di intensificare le pressioni su Mosca nel quadro dei negoziati relativi al conflitto ucraino. Anche di qui anche le parole di Donald Trump, che ha affermato come l’accordo «contribuirà a porre fine alla guerra in Ucraina».

Ma un disallineamento immediato dai flussi energetici russi risulterebbe oltremodo complesso per Delhi, sia per le necessità interne e sia per la posizione predominante acquisita nella triangolazione delle risorse moscovite. Dinamiche assai note tra gli apparati governativi, che non casualmente hanno scelto di non rilasciare dichiarazioni ufficiali sull’intesa.

L’Australia si riprende il porto affidato ai cinesi

Di Tommaso Tartaglione

Negli ultimi giorni la contesa tra Stati Uniti e Cina ha compiuto un ulteriore passo avanti. Dopo il Canale di Panama, Washington ha posto l’attenzione sul porto australiano di Darwin, già sotto i riflettori della superpotenza da alcuni mesi.

Ceduto nel 2015 dal governo australiano al gruppo cinese Landbridge – legato da rapporti stretti con il Partito comunista – oggi lo scalo è tornato al centro delle cronache, con Canberra che avrebbe avviato un processo di nazionalizzazione per riottenerne il controllo. La reazione di Pechino non si è fatta attendere. I funzionari governativi hanno sottolineato non solo gli «ingenti rendimenti» ottenuti durante la proprietà mandarina, ma anche la volontà di «tutelare gli interessi legittimi delle aziende».

Al di là dell’indiscusso valore economico, è il suo posizionamento a essere cruciale nella disputa. Poco distante da installazioni militari australiane e statunitensi e in prossimità del Mar Cinese Meridionale, il porto è considerato un’infrastruttura nevralgica in caso di conflitto regionale. Da qui le pressioni degli apparati di Washington affinché il governo di Canberra ne riprenda definitivamente il controllo. Con ampio successo.

Nelle scorse ore il primo ministro australiano ha dichiarato l’impegno a «garantire che il porto torni nelle mani di Canberra, poiché è imprescindibile per il nostro interesse nazionale». E pure per quello della superpotenza.

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