Perché torniamo nel Corno d’Africa
Di Federico Bertasi
Lo scorso venerdì Giorgia Meloni si è recata in visita ufficiale in Etiopia per il secondo vertice Italia-Africa, il summit organizzato da Roma per suggellare il cosiddetto “Piano Mattei”.
Ideato dal governo italiano nel gennaio del 2024, finora il progetto ha mobilitato circa 1,4 miliardi di euro e coinvolto 14 paesi africani. Nei prossimi mesi Roma vorrebbe espandere ulteriormente gli investimenti per approfondire la propria presenza nel continente. Per il Belpaese la gestione dell’Africa è oltremodo cruciale per salvaguardare gli interessi energetici, securitari, militari, commerciali. Proprio di qui l’ennesimo viaggio di Meloni in Etiopia (il terzo in meno di tre anni) a corredo del vertice con i paesi del Corno d’Africa e del Maghreb.
Sul piano retorico il governo italiano ha provato ad approcciarsi ai paesi del continente maneggiando una narrazione distante dal colonialismo europeo – per ovvie ragioni assai osteggiato dalla popolazione locale – offrendosi al contempo come «ponte» tra il Vecchio Continente e l’Africa. Ragione per cui nelle stesse ore la presidente del Consiglio ha anche partecipato alla trentanovesima assemblea dell’Unione africana, da oltre dieci anni ristretta ai soli governi del continente e priva di osservatori occidentali.
Per Roma il tentativo concreto di proiettare la propria influenza in Africa e provare a limare il peso di turchi, francesi, russi e cinesi, decisamente più attivi nella regione sia sul piano militare che economico. E l’Italia vorrebbe sfruttare la vicinanza all’Etiopia (anche) per inserirsi nella contesa sulla diga etiope (Gerd), parzialmente realizzata dalle aziende del nostro paese e al centro della disputa tra Addis Abeba, il Cairo e Karthoum.
Gli americani non mollano Taiwan
Di Tommaso Tartaglione
La scorsa settimana Washington e Taipei hanno siglato un accordo commerciale che prevede l’abbassamento dei dazi statunitensi al 15% in cambio della completa eliminazione delle tariffe imposte dal governo di Taiwan. L’intesa si aggiunge al patto sottoscritto lo scorso gennaio in materia di semiconduttori, con Formosa che ha confermato di voler investire 250 miliardi di dollari nel settore e costruire nuovi impianti in Arizona tramite la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc).
In barba alle molteplici criticità sperimentate dal colosso asiatico nel trasferimento della produzione al di fuori dell’isola, da alcuni anni gli statunitensi vorrebbero spostare almeno il 40% della fabbricazione di wafer e circuiti di silicio sul suolo nazionale per ridurre la dipendenza dalle aziende di Taipei. Manovra che preoccupa notevolmente sia cinesi che taiwanesi, rispettivamente terrorizzati dalla presunta «autarchia tecnologica» washingtoniana e dalla riduzione di centralità nella catena del valore tecnologica, ritenuta un’assicurazione per la sopravvivenza dalle mire rivali. Epperò la centralità di Formosa risiede perlopiù nella sua posizione geografica, costringendo gli statunitensi a difendere l’isola per mantenere la supremazia sulla Repubblica Popolare. Con o senza chip.
Il Bangladesh nel triangolo tra Cina, Stati Uniti e India
Di Franz Simonini
La scorsa settimana si sono svolte le elezioni generali in Bangladesh che hanno visto trionfare il Partito Nazionalista del Bangladesh (Bnp) guidato da Tarique Rahman, rientrato dall’esilio in seguito all’insurrezione che nell’agosto 2024 ha determinato il rovesciamento del regime filo-indiano di Sheikh Hasina.
Al di là dei mutamenti negli equilibri interni, la transizione politica in atto formalizza un sensibile arretramento dell’influenza di Delhi a beneficio di una penetrazione sempre più marcata della Repubblica Popolare. Pechino ha recentemente ratificato un accordo per la costruzione di un polo industriale dedicato alla produzione di sistemi aeromobili a pilotaggio remoto presso la base aerea di Bogura, posta a ridosso del fondamentale Corridoio di Siliguri capace di collegare l’India nordorientale con il resto del paese. Oltre a concedere l’espansione dell’influenza mandarina ai confini di Delhi, il Bangladesh sta anche valutando l’acquisto dei caccia sino-pakistani Jf-17 Thunder block III per ridurre la dipendenza dalle forniture belliche indiane.
Di qui l’intervento repentino degli Stati Uniti, che hanno immediatamente sottolineato la necessità di «comunicare chiaramente i rischi del coinvolgimento con la Cina». Così martedì gli emissari washingtoniani hanno formalizzato l’offerta di sistemi di Difesa avanzati, mirando a dissuadere il Bangladesh dall’acquisto di sistemi terra-aria cinesi e offrendo come alternativa architetture di Difesa aerea integrata basate su batterie missilistiche Nasams e Patriot. E Washington ha pure concesso una riduzione tariffaria del 19% sui manufatti tessili realizzati con materiali cotonieri statunitensi.
In questa fase l’attivismo statunitense mira a scongiurare che il Bangladesh diventi un tassello fondamentale della proiezione marittima cinese nel Golfo del Bengala, considerato essenziale da Pechino per incrinare il contenimento imposto dalla superpotenza.
Israele e India ballano insieme
Di Giacomo Stefani
Questa settimana Israele e India hanno siglato un imponente accordo militare del valore di 8,6 miliardi di dollari. Nello specifico lo Stato ebraico rifornirà Delhi con bombe a guida di precisione Spice-1000, missili Air LORA (con una portata fino a 400 chilometri), missili aria-superficie Rampage e il sistema missilistico Ice Breaker, entrambi per obiettivi a medio raggio. Attraverso questi sistemi d’arma l’India intende ampliare la propria deterrenza e schermarsi (soprattutto) dalle pressioni pachistane, percepite come ancor più asfissianti dopo gli scontri dello scorso maggio.
Al contrario Israele vorrebbe mantenere stretti i legami con l’India (anche) per scongiurare un completo isolamento, soprattutto all’alba del cosiddetto Board of Peace che, nelle intenzioni statunitensi, dovrebbe portare nella Striscia di Gaza, oltre a turchi ed egiziani, anche truppe pachistane. Proprio giovedì, alla cerimonia inaugurale del nuovo consesso presieduto da Donald Trump, il primo ministro del Pakistan Shehbaz Sharif ha ricordato in modo esplicito come «il popolo palestinese abbia sopportato a lungo un’occupazione illegale e immense sofferenze», palesando senza bisogno di esegesi il suo schieramento.
Preoccupati dalla presenza dei (molti) rivali nel fazzoletto di Gaza, gli israeliani hanno annunciato l’intesa con l’India in anticipo rispetto alla visita di Narendra Modi prevista per i prossimi giorni e poco prima della prima riunione del Board of Peace. Il tutto con chiaro messaggio rivolto ai pachistani, invitati a preoccuparsi maggiormente del loro contesto regionale anziché della questione mediorientale.