Teheran resiste
Di Giacomo Stefani
Dopo quattordici giorni, l’attacco contro la Repubblica Islamica si trova in una fase di stallo. A dispetto delle numerose infrastrutture militari (e non solo) colpite, il regime iraniano è ancora in piedi. Con la popolazione persiana che s’è coagulata attorno al governo per respingere l’assalto israelo-statunitense e contenere le possibili spinte centrifughe delle minoranze, specie azeri e curdi.
In barba ai numerosi bombardamenti aerei, negli scorsi giorni migliaia di persone sono scese in piazza per festeggiare la nomina a Guida suprema di Mojtaba Khamenei, forse rimasto ferito durante gli attacchi delle prime ore.
Benché senza Marina (piuttosto risicata anche prima della guerra), la Repubblica Islamica continua a impedire il transito delle imbarcazioni nello Stretto di Hormuz attraverso mine e droni. Finora Teheran ha colpito almeno 14 navi, consentendo il passaggio (quasi) esclusivamente a quelle russe e cinesi.
Allo stesso modo i droni iraniani hanno colpito pressoché tutte le basi statunitensi nella regione, provocando almeno 7 morti e 140 feriti tra i soldati – oltre a 6 militari deceduti a causa di un incidente aereo. Cui si aggiunge l’ulteriore smacco per Washington, costretta a richiedere il supporto ucraino per l’intercettazione degli armamenti scagliati dall’Iran.
Per gli Stati Uniti l’attuale incastro rischia di rivelarsi problematico. Gli iraniani non intendono consegnarsi alla superpotenza, né tantomeno paiono intenzionati a rovesciare in armi l’attuale teocrazia. Priva di obiettivi perseguibili sul campo, nei prossimi giorni la superpotenza potrebbe provare a chiudere le ostilità senza segnalare i fallimenti tattici dell’operazione. A meno che non voglia lanciarsi in una (sconsiderata) operazione terrestre per provare a prendere il controllo del paese.
Preoccupati dalla possibile interruzione del conflitto da parte di Washington, in queste ore gli israeliani stanno aumentando l’intensità dei bombardamenti contro la Repubblica Islamica. Anche di qui gli attacchi contro gli stabilimenti petroliferi iraniani, condotti in apparente contrasto con gli statunitensi.
Come si muove la Turchia
Di Franz Simonini
I recenti lanci missilistici iraniani contro il territorio anatolico e l’incursione di un drone Shahed in Azerbaigian hanno (solo) parzialmente allarmato la Turchia.
Negli ultimi vent’anni Ankara ha tentato di sfruttare le tensioni mediorientali per perseguire i propri interessi e aumentare il peso nella regione. Allo stesso modo in questa fase il governo turco vorrebbe cavalcare il conflitto per profittare della distrazione israeliana e dell’indebolimento iraniano. Il tutto senza scivolare direttamente nelle ostilità. O assistere alla pericolosa disgregazione della Repubblica Islamica.
Benché oggetto di scenografici attacchi da parte dell’Iran, la Turchia è consapevole di non essere un obiettivo di Teheran. Il lancio dei vettori iraniani degli ultimi giorni è pensato soprattutto per imbarazzare retoricamente Ankara e costringerla a schierarsi al fianco dello Stato ebraico.
Ma per il governo ancirano è fondamentale mantenere l’integrità strutturale di Teheran. La sopravvivenza del regime potrebbe scongiurare l’esodo di azeri e curdi verso i territori anatolici e contenere l’instabilità sul fronte orientale turco. Oltre che bilanciare le ambizioni dello Stato ebraico nel Levante.
Inoltre Ankara teme che l’eccessivo indebolimento della Repubblica Islamica possa accendere la prossima contesa tra turchi e israeliani. (Anche) di qui l’oculato attendismo mostrato finora.
Che succede tra Pakistan e Afghanistan
Di Giacomo Stefani
Il 27 febbraio il Pakistan ha lanciato l’operazione Ghazab lil-Haq (“Ira per la Verità”) contro l’Afghanistan. Islamabad ha dichiarato di trovarsi in una «guerra aperta» con Kabul prendendo di mira per la prima volta la capitale, la roccaforte ideologica di Kandahar, la provincia di Paktia e Jalalabad.
Rispetto agli scontri sulla frontiera dell’ottobre 2025 Islamabad ha scelto di colpire direttamente il governo politico e di non limitarsi ai campi di addestramento del Tehreek-e-Taliban Pakistan (Ttp), la milizia a cui il Pakistan imputa i continui attacchi sul proprio territorio.
Nelle prime ore dell’operazione il ministro della Difesa pachistano Khawaja Asif ha affermato che i talebani «hanno trasformato l’Afghanistan in una colonia dell’India», accusandoli di «esportare il terrorismo per conto di Delhi invece di occuparsi degli interessi del popolo afghano».
Dallo scorso ottobre i talebani hanno riavviato rapporti con l’India, a cui giova il fatto di poter utilizzare il Ttp come quinta colonna per condurre una guerra asimmetrica contro il Pakistan e ostacolare contemporaneamente i progetti infrastrutturali cinesi – proprio nel gennaio 2026 Pechino aveva pressato il Pakistan affinché creasse un’unità specifica per proteggere gli operai cinesi presenti nel paese, già colpiti da un altro movimento separatista.
Proprio di qui la recente campagna bellica intrapresa da Islamabad. Ma dopo settimane di bombardamenti, adesso l’impegno bellico del Pakistan potrebbe ridursi drasticamente a causa del conflitto mediorientale. Mentre nel paese sono state già introdotte stringenti misure di razionamento di petrolio, nelle scorse ore i funzionari governativi si sono recati in Arabia Saudita per salvare l’intesa di mutua Difesa firmata soltanto pochi mesi fa.
Perché il Pentagono esclude Anthropic
Di Franz Simonini
Negli scorsi giorni l’amministrazione statunitense ha ufficializzato l’esclusione della società Anthropic dai reparti della Difesa e della sicurezza nazionale. Al di là degli scontri tra il Pentagono e i vertici dell’azienda sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale per la sorveglianza e il comparto militare, l’estromissione sarebbe giunta in seguito all’eccessivo ammiccamento tra Anthropic e alcune potenze straniere – India su tutte. A ciò si aggiungono anche le diffuse vulnerabilità riscontrate nell’architettura dei modelli linguistici Claude.
Negli scorsi mesi, le aziende cinesi DeepSeek, Moonshoot e MiniMax avrebbero utilizzato 24mila profili falsi per generare 16 milioni di conversazioni da cui estrapolare dati sensibili e capacità di calcolo avanzate, raccogliendo informazioni per sviluppare le proprie piattaforme. L’operazione mandarina, condotta attraverso la “tecnica della distillazione della conoscenza”, avrebbe permesso a Pechino di clonare i modelli di ragionamento statunitensi per potenziare i propri sistemi bellici e d’intelligence. Anche di qui l’intervento dell’apparato washingtoniano per rimuovere l’intelligenza artificiale dalle infrastrutture critiche interne, imponendo al contempo la cessazione di collaborazione operativa ai grandi contraenti industriali della difesa.