Gli Stati Uniti tra negoziato ed escalation
Di Tommaso Tartaglione
Dopo un mese di conflitto, i negoziati tra Stati Uniti (e Israele) e Repubblica Islamica paiono ancora nelle fasi iniziali. Oltre la nebbia della guerra, negli scorsi giorni l’Iran avrebbe respinto il piano per un cessate-il-fuoco in quindici punti vergato dalla Casa Bianca, proponendo le proprie condizioni per la fine delle ostilità e segnalando alla controparte la capacità di resistere «fino alla vittoria».
Così la Casa Bianca ha paventato l’invio nel paese delle Forze terrestri dell’ottantaduesima divisione aviotrasportata, già impiegata nella guerra del Golfo, in Afghanistan e in Iraq, per tentare di aumentare il proprio peso al tavolo delle trattative – oltre che minacciare di prendere il controllo dell’isola di Kharg, cruciale per gli idrocarburi iraniani.
Nel frangente si sono inseriti anche Egitto, Turchia e Pakistan, pronti a offrire tavoli, carte e penne per gli eventuali negoziati. Con i primi contatti tra delegazioni iraniane e americane che dovrebbero avvenire proprio oggi nei pressi di Islamabad.
La possibile interruzione delle ostilità ha allarmato Arabia Saudita e Israele. Mentre lo Stato ebraico ha intensificato i bombardamenti su Repubblica Islamica e Libano, l’intelligence saudita ha pressato gli Stati Uniti per mantenere la presa su Teheran, definendo il conflitto una «storica opportunità per rimodellare il Medio Oriente».
Ancora una volta, incastrata tra gli eventi e gli alleati, come anche dal proprio vincolo interno, Washington dovrà decidere come agire. Ovvero se spegnere o rinvigorire le fiamme del conflitto.
Mosca non molla Cuba
Di Pietro Matteo Salvia
Mercoledì il ministro dell’Energia russo Sergej Tsivilev ha confermato che la Russia sta inviando carburante a Cuba come forma di «aiuto umanitario». Secondo il Cremlino, lo scorso 8 marzo la petroliera Anatoly Kolodkin è salpata da Primorsk con circa 730mila barili di greggio da trasportare verso l’isola. Seppure utile per fornire un temporaneo sollievo, anche con il petrolio moscovita la stretta energetica imposta da Washington continuerà a paralizzare larga parte della vita quotidiana, dei trasporti e del funzionamento delle strutture sanitarie, sullo sfondo di una crisi ormai strutturale del sistema elettrico ed economico.
L’Avana è tornata a essere uno dei termometri più sensibili della tensione fra Washington e i suoi rivali. La scelta di Mosca di rivendicare apertamente il proprio sostegno all’isola, al di là dell’entità degli aiuti, si rivolge a tre destinatari: agli Stati Uniti, ai clientes europei di Washington e al cosiddetto Mondo Contro.
La Russia segnala a Washington la sua capacità di proiezione (simbolica) nel tradizionale perimetro di sicurezza nordamericano che ha nell’isola caraibica uno degli snodi più sensibili, posta all’uscio del Golfo del Messico e a poche decine di miglia dalla Florida. Al tempo stesso, trasmette al Mondo Contro di essere ancora disposta a sostenere i paesi non allineati a Washington qualora venissero colpiti dalle ritorsioni statunitensi. Infine, il lessico umanitario scelto dal Cremlino parla anche a noialtri europei occidentali, sconcertati dalla durezza del trattamento che l’attuale amministrazione statunitense sta riservando agli storici alleati del Vecchio Continente, non tanto per allontanarci da Washington, quanto per alimentare le nostre incertezze.
Cina e Stati Uniti si sfidano sul fentanyl
Di Franz Simonini
Questa settimana il governo della provincia cinese dello Hubei ha annunciato di aver arrestato sette persone, sottoposto a misure coercitive altre dodici e oscurato più di duecento siti internet nell’ambito di un’operazione contro il traffico di fentanyl. La Forza operativa speciale per i precursori del fentanyl (芬太尼前体打击专门小组), costituita lo scorso dicembre su direttiva del ministero della Pubblica sicurezza di Pechino, ha colpito la filiera dalla produzione fino allo stoccaggio e all’esportazione della droga sintetica, oltre ad aver sanzionato quattro società di spedizioni estere. Diverse azioni effettuate nella città di Wuhan sarebbero state, inoltre, coordinate assieme all’Us drug enforcement agency (Dea).
Al di là dello scenografico contrasto al narcotraffico, l’operazione mandarina nasce nell’ottobre 2025, a margine dell’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a Busan in Corea del Sud. In quell’occasione Washington ha promesso di abbassare dal 20 al 10% le tariffe specifiche su prodotti chimici – utilizzati (anche) per la sintetizzazione dell’oppioide – in cambio dell’impegno di Pechino nel reprimere le reti del traffico di droga.
A dispetto del sensibile calo degli ultimi anni, gli Stati Uniti intendono arginare la piaga interna che ha provocato la morte di oltre 320mila persone negli ultimi cinque anni. Di converso la Repubblica Popolare intende ridurre le tensioni bilaterali con la superpotenza, mantenendo al contempo lo stupefacente come strumento di logoramento indiretto dell’avversario. Il tutto senza sradicare davvero la catena di produzione interna e continuando a indirizzare il flusso verso i cartelli messicani, intermediari diretti per l’ingresso nel territorio statunitense.
Il Vietnam gioca su più tavoli
Di Andrea Riboldi
Negli ultimi giorni il Vietnam ha siglato un accordo di cooperazione energetica con la Russia, conducendo al contempo un’esercitazione militare congiunta con le Forze armate cinesi. Le due manovre riflettono la volontà di Hanoi di profittare delle tensioni regionali (e globali) per dialogare con le potenze e perseguire i propri interessi.
L’accordo con Mosca per la costruzione della centrale nucleare di Ninh Thuan 1 si inserisce nella ripresa del programma nucleare del paese, sospeso nel 2016. L’intesa arriva in una fase in cui la domanda elettrica è in aumento e il sistema energetico nazionale fatica a reggere il fabbisogno – ancor più in seguito all’occlusione dello Stretto di Hormuz. Benché tutt’altro che immediato da attuare, il ritorno al nucleare rappresenta per Hanoi uno strumento imprescindibile per rafforzare la capacità produttiva. Inoltre, tale settore implica una cooperazione di lungo periodo, consentendo così alla Russia di ottenere una presenza stabile e duratura nel paese.
Nelle stesse ore le Forze armate vietnamite hanno condotto attività militari congiunte con l’esercito della Repubblica Popolare, concentrandosi perlopiù sulla riduzione delle tensioni nelle acque prospicienti i due paesi. Mentre Pechino tenta di attenuare le storiche tensioni con Hanoi, i vietnamiti intendono fingere abboccamenti militari con la Cina (anche) per ribadire la propria centralità agli occhi degli Stati Uniti e indurre Washington ad accrescere le concessioni.
Perché gli Stati Uniti si schierano in Nigeria
Di Lucrezia Casarin
Negli scorsi giorni gli Stati Uniti hanno schierato nel nord-est della Nigeria un contingente di circa 200 soldati e diversi droni MQ-9 per svolgere attività di intelligence e addestrare l’esercito di Abuja. Il rinnovato impegno americano è frutto di un allentamento delle tensioni tra i due Stati, culminato con l’attacco aereo congiunto dello scorso dicembre contro le milizie islamiche radicate nel nord del paese. Seppur simbolico, il sostegno sbandierato da Washington verso i cristiani riflette(va) le preoccupazioni della superpotenza per l’instabilità del territorio nigeriano, da diversi anni al centro delle mire delle maggiori potenze.
Il vuoto di potere lasciato dagli eserciti occidentali, con la chiusura di alcune basi statunitensi, ha favorito la proliferazione delle milizie del Jihad islamico, capaci di cavalcare il crescente risentimento della popolazione locale (anche) grazie al sostegno militare ed economico della Russia.
Ostaggio di una profonda frattura tra il governo nigeriano e i guerriglieri di Boko Haram, il gigante demografico è espressione di ataviche tensioni di carattere confessionale, utilizzate ad arte dall’amministrazione trumpiana per perseguire i propri obiettivi tattici nel Sahel in chiave anti-cinese. Negli ultimi anni la Nigeria ha accolto con favore i copiosi investimenti destinati alle infrastrutture e al progresso tecnologico da parte della Cina. Al contempo per Pechino la cooperazione è fondamentale per ampliare la propria espansione in Africa.
Oltre a contenere il margine di azione delle milizie islamiche – stroncando sul nascere i flussi economici e militari che richiederebbero l’impiego di maggiori risorse in seguito – in questa fase gli Stati Uniti intendono schierarsi in Nigeria per contenere le interferenze mandarine nel territorio africano.
Incastro iraniano
Di Federico Bertasi
Gli americani faticano a uscire dal pantano iraniano. Pure in vantaggio sul piano tattico, per la superpotenza la campagna mediorientale si rivelerebbe fallimentare sul piano strategico senza il rovesciamento della teocrazia. Mutamento assai complesso da innescare con i soli attacchi aerei e senza il sostegno di larga parte della popolazione iraniana.
La scorsa settimana Teheran ha anche scenograficamente mostrato di essere in grado di ampliare la gittata dei propri ordigni, provando a colpire la base militare americana di Diego Garcia, situata a oltre quattromila chilometri dal territorio iraniano. Se effettivamente compiuto dai persiani, il lancio è stato possibile (plausibilmente) grazie all’utilizzo di vettori spaziali convertiti per il conflitto. A ciò si somma la pressione del regime nello Stretto di Hormuz. Benché senza Marina militare fin dalle prime fasi del conflitto, Teheran continua a ostruire il flusso delle imbarcazioni attraverso droni, mine navali, missili e natanti. Ragione per cui domenica Trump ha minacciato di colpire le reti energetiche iraniane se il regime non avesse riaperto lo Stretto marittimo. Cui è seguita l’immediata risposta della teocrazia, che ha paventato di centrare gli impianti di desalinizzazione degli Stati del Golfo in caso di attacco.
Priva di obiettivi realizzabili e incapace di obliterare la Repubblica Islamica, l’amministrazione Trump ha così annunciato la temporanea sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche, dichiarandosi al contempo soddisfatto dei dialoghi con Teheran – mossa perlopiù utile per prendere tempo e manipolare il mercato del petrolio. Oltre a essere apertamente osteggiati da Israele, i negoziati tra statunitensi e iraniani – mediati soprattutto da funzionari egiziani e pachistani – sono assai nebulosi. Ancor più perché con il regime ancora in piedi Teheran potrebbe ottenere numerose concessioni.
Difficilmente la Repubblica Islamica accetterebbe dunque le limitazioni proposte dagli statunitensi (e dagli israeliani) sul programma missilistico e sul controllo dello Stretto di Hormuz. Spingendo ulteriormente Washington nel pericoloso incastro.