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Guerra in Medio Oriente, Usa sulla Luna, fronte interno cinese, India nel conflitto, Cina vs Panama

Guerra in Medio Oriente, Usa sulla Luna, fronte interno cinese, India nel conflitto, Cina vs Panama

Hormuz e i guai di Washington

Di Dario Fabbri

Gli Stati Uniti s’affidano al marketing per salvare Hormuz. Nelle ultime ore Donald Trump ha nuovamente provato a trascinare i soci della Nato nella riapertura dello Stretto, parzialmente occluso dai pasdaran. Per ottenere l’obiettivo ha descritto la questione come di esclusiva pertinenza di coloro che pescano idrocarburi dalle monarchie del Golfo. Quindi ha minacciato di lasciare la Nato – quasi potesse davvero farlo da sé – sperando di convincere i membri a partecipare.

Oltre la narrazione e i danni economici, il punto è decisivo. Il dominio statunitense sul pianeta si fonda sulla capacità di controllare i mari attraverso gli istmi e gli stretti; telaio stesso della globalizzazione. Molto più del resto, lo smacco subito a Hormuz intacca l’egemonia statunitense. La stessa Nato esiste per garantire il controllo di Washington sul continente europeo (più dépendance canadese), non certo per garantire la protezione di noialtri.

Mentre gli apparati statunitensi, dopo aver sponsorizzato caldamente l’azione contro l’Iran (con l’eccezione degli Stati maggiori riuniti), adesso abbandonano Trump al suo destino. E, dentro una guerra concepita e condotta malamente, non basterà il marketing per centrare la vittoria.

Perché gli americani tornano sulla Luna

Di Federico Bertasi

Nelle scorse ore è partita dalla Florida la missione Artemis II, destinata a portare quattro astronauti nell’orbita lunare per la prima volta dopo oltre mezzo secolo. Si tratta del secondo dei cinque voli previsti dagli statunitensi per ritornare sulla superficie del satellite entro la fine del 2028.

Lo sbarco del 1969 decretò il termine della corsa allo Spazio tra Stati Uniti e Unione Sovietica, in quella fase segnata da valore (quasi) esclusivamente simbolico più che tattico. Da allora le potenze hanno affidato l’esplorazione lunare alle macchine, concentrando fondi e risorse sul dominio dell’orbita terrestre.

Ma negli ultimi anni l’accendersi della competizione geopolitica e il progresso tecnico hanno rinnovato l’attenzione per il satellite. Oltre al rinnovato aspetto simbolico, per le potenze la gestione della Luna sarebbe fondamentale per controllarne le materie prime – specie l’eliodio-3, un isotopo dell’elio poco presente sulla Terra e potenzialmente cruciale per la fusione nucleare. A ciò si somma pure la sua inaggirabile posizione, decisiva in ottica futura sia per proiettarsi su altri pianeti (Marte su tutti) che per gestire l’orbita terrestre e i suoi innumerevoli satelliti artificiali.

Ragione per cui nei primi anni Duemila la Cina ha annunciato di voler costruire entro il 2035 una stazione spaziale lunare e almeno una base permanente nel suo Polo Sud – designato perché dotato di luce solare costante, dunque energia, e tracce di ghiaccio d’acqua, altrettanto fondamentale per la sopravvivenza e produzione di carburante.

Preoccupati di cedere il controllo della Luna, gli Stati Uniti hanno così velocizzato i programmi di esplorazione spaziale e ampliato i fondi destinati alle missioni. Di qui il lancio delle scorse ore, reso possibile anche dai significativi progressi del settore privato e dal contributo degli alleati.

Pechino riduce la pressione sui giovani

Di Franz Simonini

Lo scorso venerdì il ministero dell’Istruzione cinese ha annunciato un quadro normativo per la tutela della salute fisica e mentale degli studenti, vietando alle scuole di assegnare una mole eccessiva di compiti e obbligando ai professori di tutelare il tempo di pausa degli alunni. Le istituzioni scolastiche non potranno inoltre organizzare esami con frequenza troppo ravvicinata né incrementare il carico accademico rispetto a quello concordato nei programmi ufficiali. L’annuncio arriva dopo l’introduzione, nei mesi scorsi, di ulteriori vacanze primaverili e autunnali, aggiunte al tradizionale calendario scolastico.

Al di là delle istanze pedagogiche sul benessere degli studenti, la misura si inserisce in un contesto sociale più ben ampio. L’operazione del governo mandarino nasce dalla necessità di risolvere una crisi interna alla popolazione cinese, alimentata da un sentimento diffuso di «sinopessimismo». La crescita economica rallentata, il 17% di disoccupazione giovanile, i salari stagnanti, la competizione serrata e l’incapacità di imporsi sul contesto regionale e globale hanno eroso nei giovani della generazione «dopo duemila» (00后) la fiducia nel radioso sogno sinico. Le nuove direttive vorrebbero così disinnescare il processo dell’«involuzione» (内卷), una dinamica di competizione sociale assai problematica che ha condotto al fenomeno dello «stare sdraiati» (躺平), una forma di protesta passiva giovanile di rinuncia alle ambizioni individuali e collettive. Proprio di qui la necessità per Pechino di trovare strumenti adeguati a equilibrare i movimenti antropologici interni con le necessità di proiezione di potenza esterna.

L’India teme il conflitto mediorientale

Di Tommaso Tartaglione

La guerra nel Levante complica notevolmente i piani indiani. Oltremodo dipendente dagli idrocarburi passanti per Hormuz – di cui circa il 90% transita per lo Stretto –, nell’ultimo mese il gigante demografico ha subito duri scossoni sia nella manifattura che nella produzione agricola, bacini della stabilità economica e sociale nazionale. Punti tatticamente rilevanti ed essenziali per l’attuale (non) potenza indiana, ulteriormente indebolita dalla sospensione dei corridoi terrestri passanti più o meno direttamente per il Golfo.

Malgrado l’enunciata neutralità e disponibilità come mediatrice, negli ultimi giorni Delhi è stata poi scavalcata da Islamabad, principale interlocutrice tra Washington e Teheran. Evento descritto in patria come una «catastrofe diplomatica e politica». Epperò non l’unica. L’affondamento, da parte statunitense, della fregata persiana Iris Dena nell’Oceano Indiano è un ulteriore smacco, stavolta alla sua sfera marittima.

Troppo per Bharat, che negli scorsi giorni ha ricordato come il paese «non ha mai avuto bisogno dell’autorizzazione di nessuno per acquistare petrolio russo», segnalando la volontà di Delhi di non piegarsi alle richieste della Casa Bianca. Mentre al contempo il ministro degli Esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar ha incontrato il vice primo ministro russo Denis Manturov, stringendo un accordo da 25 miliardi di dollari tra i due paesi per sistemi missilistici e aerei di produzione moscovita. Tema esclusivamente tattico, giacché il conflitto in corso non renderà certamente l’India russa. Ma neanche americana.

Pechino alza la pressione su Panama

Di Pietro Matteo Salvia

Negli scorsi giorni le autorità portuali cinesi hanno aumentato drasticamente i fermi di navi cargo battenti bandiera panamense. Nell’Oceano Pacifico si sono registrati complessivamente 179 fermi, di cui 123 in porti cinesi. Di questi ultimi, 91 hanno riguardato navi panamensi, contro 32 unità battenti altre bandiere.

L’impennata dei controlli appare come una ritorsione di Pechino alla sentenza con cui la Corte Suprema panamense ha dichiarato incostituzionale la concessione di Balboa e Cristóbal – i terminal posizionati alle due imboccature del Canale di Panama – all’operatore cinese CK Hutchison. Poco dopo la sentenza della Corte, le autorità dello Stato centroamericano hanno preso possesso dei terminal, estromettendo l’operatore hongkonghese e aprendo la strada a società legate a Msc e Maersk. La risposta mandarina vuole colpire (economicamente) sia Washington, dato il peso della bandiera panamense nel traffico marittimo americano, sia i suoi alleati europei, visto che gli operatori che subentreranno alla gestione hanno sede nel Vecchio Continente e potrebbero subire ritorsioni e pressioni da parte cinese.

Questi fermi possono aumentare il costo economico per gli Stati Uniti, ma non sono in grado di modificare l’esito della decisione politica panamense maturata sotto pressione statunitense. Proprio per questo l’evento segnala il limite della capacità di proiezione di Pechino al di fuori dei propri confini. La Cina riesce a stabilire solidi e duraturi rapporti economici con attori inseriti nello spazio di sicurezza degli Stati Uniti, eppure non ha i mezzi per incidere effettivamente nella contesa. Specie quando Washington decide di reagire.

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