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Tregua tra Israele e Libano, Vietnam tra Cina e Usa, Mosca e Pechino convergono, la mediazione pachistana

Tregua tra Israele e Libano, Vietnam tra Cina e Usa, Mosca e Pechino convergono, la mediazione pachistana

La tregua tra Israele e Libano passa dallo Stretto

Di Lucrezia Casarin

Nelle scorse ore Israele e Libano hanno siglato un accordo per il cessate-il-fuoco di dieci giorni. La tregua dovrebbe interrompere gli attacchi tra Tsahal e le milizie di Hezbollah – tuttora in grado di colpire il territorio israeliano a dispetto dei duri colpi subiti negli ultimi anni.

Incapaci di piegare il regime iraniano, adesso gli americani intendono archiviare le ostilità nella regione per negoziare con Teheran. Proprio di qui la scelta di pressare lo Stato ebraico per giungere a un cessate-il-fuoco sul fronte libanese.

Assai contrario alla sospensione della guerra, almeno inizialmente Israele avrebbe continuato a bombardare le postazioni di Hezbollah e rigettato il ritiro dei battaglioni presenti nel sud del paese. Una spina nel fianco per i propositi negoziali della superpotenza.

Le complicazioni in Libano si sommano al nodo dello Stretto di Hormuz. Questione oltremodo decisiva per gli Stati Uniti. Picconati nella loro dimensione talassocratica, gli Stati Uniti devono evitare che la sconfitta tattica contro l’Iran possa mutare in una sconfitta strategica. Questo il senso del blocco navale imposto la scorsa domenica nello Stretto di Hormuz.

Parzialmente pressati dal soffocamento marittimo altrui, gli iraniani avrebbero annunciato di aver liberato il passaggio marittimo, richiedendo al contempo a Washington di lasciar transitare le imbarcazioni legate a Teheran. In attesa della prossima fase.

Il Vietnam rafforza i legami con la Cina

Di Pietro Matteo Salvia

Il neoeletto presidente vietnamita Tô Lâm ha scelto la Cina come meta del primo viaggio ufficiale all’estero. Durante la visita, avvenuta questa settimana, sono stati siglati diversi accordi bilaterali su infrastrutture, manifattura e tecnologia tra i due paesi.

L’equilibrismo del Vietnam tra Stati Uniti e Cina non è una novità. Almeno da tre lustri, Hanoi oscilla fra i due rivali senza riconoscersi apertamente in uno schieramento definito. La tentazione di sfruttare la penetrazione mandarina per ricavarne benefici economici resta controbilanciata da uno storico timore verso l’ingombrante vicino, acuito dalla crescente pressione che Pechino esercita nella regione.

Ma l’attuale ammorbidimento dei rapporti fra Vietnam e Repubblica Popolare risponde a un duplice obiettivo tattico. Da un lato Hanoi prova ad amoreggiare con la Cina per aumentare il proprio peso negoziale nei confronti di Washington, dall’altro intende sfruttare le intese per assicurarsi notevoli vantaggi sul piano commerciale. Mossa ancor più efficace negli ultimi mesi, in cui i dazi commerciali introdotti dalla superpotenza hanno costretto il Dragone a delocalizzare massicciamente parte della catena del valore mandarina verso il nord del Vietnam.

La guerra avvicina Mosca e Pechino

Di Franz Simonini

L’impelagarsi americano in Medio Oriente ha ravvivato la Russia. Nelle scorse ore il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov è volato nella Repubblica Popolare per incontrare il presidente Xi Jinping e l’omologo mandarino Wang Yi. Nella fugace visita si sarebbe discusso di un coordinamento nel comparto energetico, sulla campagna bellica ucraina e sulla crisi in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran.

Al di là della solita retorica per una «stabilizzazione globale» e della «amicizia senza limiti» tra i due paesi, la tempistica della visita rivela un calcolo preciso. Prima dell’inizio del conflitto in Medio Oriente, quasi metà degli idrocarburi importati dalla Cina passava dallo Stretto di Hormuz, con una quota significativa proveniente direttamente dall’Iran. L’imposizione del blocco navale avrebbe provocato un ammanco compreso tra 1 e 1,4 milioni di barili al giorno, colpendo soprattutto le raffinerie dello Shandong. Di qui la necessità pechinese di accrescere le importazioni da Mosca per sopperire, seppur parzialmente, alle carenze energetiche.

Al contempo l’incremento delle forniture alla Repubblica Popolare consente al Cremlino di accrescere le rendite destinate alla guerra in Ucraina. Oltre a rafforzare le leve di pressione su Washington nei negoziati in corso sul fronte orientale europeo.

A ciò si aggiunge il (parziale) recupero di peso nel rapporto di convenienza tra le due potenze, in cui Mosca aveva progressivamente assunto il ruolo di socio di minoranza a causa delle difficoltà in Ucraina.

Perché il Pakistan si inserisce tra americani e iraniani

Di Tommaso Tartaglione

«Islamabad ha salvato un’intera civiltà». Questo il titolo apparso su quotidiani e siti di notizie pachistani (e non solo) a poche ore dal cessate-il-fuoco. Negli scorsi giorni il Pakistan ha anticipato il tentativo di mediazione offerto da turchi ed egiziani, ottenendo un notevole successo diplomatico. Ufficialmente in «favore della pace mondiale». Nei fatti per numerose ragioni squisitamente (geo)politiche.

Dapprima per sottrarre margine di manovra ai rivali indiani, anche loro assai interessati ad allestire il tavolo negoziale e imporsi sugli eventi. Quindi, per tentare di attenuare i gravi effetti (sia nel comparto industriale che agricolo) innescati dall’interruzione del flusso di gas e idrocarburi provenienti dal Golfo, da cui Islamabad dipende quasi interamente. Impossibile non agire prima di altri. Infine, per ritagliarsi ulteriore margine di azione con Washington e Pechino. Mentre in questa fase Islamabad è molto vicina agli americani, cinesi e pachistani siedono sovente allo stesso tavolo in chiave anti-indiana.

Affinità che ha consentito Pechino di agire ancora una volta dietro la mano negoziale pachistana. Non solo per non essere tacciata di vicinanza alla teocrazia e salvaguardare i propri interessi con le monarchie del Golfo (e non solo), ma anche per osservare da vicino i movimenti della Casa Bianca. Annotazioni utili, da conservare. Perché, forse, utili per il futuro.

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