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Usa e globalizzazione, guerra in Medio Oriente, Washington stringe la presa su Cuba, il (lento) risveglio della Germania, aumento soldati Usa in Romania

Usa e globalizzazione, guerra in Medio Oriente, Washington stringe la presa su Cuba, il (lento) risveglio della Germania, aumento soldati Usa in Romania

L’America prova a salvare la globalizzazione

Di Federico Bertasi

La chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz sta scalfendo la globalizzazione statunitense. Negli ultimi decenni il controllo di Stretti e istmi da parte del Pentagono ha permesso alla superpotenza di restare sulla vetta del mondo e incidere su qualsiasi teatro. Da Panama a Hormuz, da Malacca a Gibilterra.

Ma dopo aver (semi)distrutto la retorica della globalizzazione per oltre un anno, adesso il conflitto con la Repubblica Islamica potrebbe incrinarne anche la dimensione militare. Per il massimo danno per Washington. Con gli statunitensi in difficoltà sul fronte mediorientale (e soprattutto marittimo), diversi paesi hanno provato a sondare la possibilità di ampliare il proprio margine di manovra.

La Repubblica Islamica ha minacciato di mobilitare gli huthi nello Stretto di Bab el-Mandeb, costringendo diverse imbarcazioni militari a circumnavigare il Capo di Buona Speranza anziché seguire la rotta più breve che prevede il passaggio attraverso il Mar Rosso. Al contempo il governo indonesiano ha paventato l’idea di introdurre un pedaggio nello Stretto di Malacca per emulare l’Iran. Finora soltanto scenografia. Ma all’America urge una svolta.

Così nelle scorse ore amministrazione politica e apparati si sono mobilitati su più fronti per rinsaldare il proprio controllo sulle acque. Dunque sul mondo. Mentre la Casa Bianca annunciava l’imposizione di un blocco navale nello Stretto di Hormuz, diversi funzionari erano impegnati a riallacciare i contatti con l’Eritrea per scongiurare l’occlusione dello Stretto di Bab el-Mandeb.

Da oltre vent’anni il paese del Corno d’Africa è soffocato dalle sanzioni statunitensi. Formalmente a causa del mancato rispetto dei diritti umani e delle libertà religiose; nei fatti perché schierato contro gli interessi di Washington nella regione e assai vicino a russi e cinesi.

In questa fase il timore della chiusura di un altro collo di bottiglia ha spinto la superpotenza a ipotizzare la rimozione delle gabelle sull’Eritrea anche senza alcuna contropartita. Nella speranza sia strumento sufficiente per preservare il libero transito nel Mar Rosso.

Washington prende tempo in Medio Oriente

Di Lucrezia Casarin

Nelle scorse ore gli Stati Uniti hanno prolungato il cessate-il-fuoco a tempo indeterminato, confermando al contempo il (contro)blocco nello Stretto di Hormuz. Oltre all’introduzione di ulteriori sanzioni da parte del dipartimento del Tesoro, il presidio marittimo statunitense intende occludere la rotta alle imbarcazioni affini all’Iran per pressare i rivali al tavolo dei negoziati.

Manovre finora poco efficaci per determinare l’esito del conflitto. Ancor più perché la guerra contro la Repubblica Islamica avrebbe ridotto significativamente le scorte dell’arsenale bellico statunitense, dirottando in Medio Oriente parte dei missili e degli intercettori destinati al contenimento di russi e (soprattutto) cinesi. Secondo quanto fatto trapelare dal dipartimento della Difesa, dall’inizio delle ostilità Washington ha utilizzato più di un migliaio di missili da crociera Stealth a lungo raggio – quasi metà delle intere scorte a disposizione del Pentagono. Dichiarazioni (parzialmente) vere, ma utili soprattutto a segnalare la distanza crescente tra amministrazione politica e apparati dello Stato. Oltre che capaci di solleticare più o meno velatamente le ambizioni della Cina su Taiwan.

Di qui la volontà statunitense di prendere tempo sul fronte mediorientale. Anche a costo di congelare le ambizioni degli israeliani in Libano. Epperò attendere e bloccare i traffici commerciali iraniani potrebbe non bastare per rinsaldare il controllo statunitense sulle acque. Con il rischio di rimandare soltanto temporaneamente il fardello alla prossima, inevitabile, fase.

Gli Stati Uniti aumentano la pressione su Cuba

Di Tommaso Tartaglione

Dopo Caracas e Teheran, Washington intende stringere la presa sull’Avana. Negli ultimi giorni Stati Uniti e Cuba hanno intensificato i contatti diplomatici. Martedì diversi funzionari dei rispettivi governi si sono incontrati nell’isola caraibica per discutere del blocco energetico imposto dalla Casa Bianca. Schema già visto, con l’attuale amministrazione che vorrebbe colpire nel momento più buio. Letteralmente.

A dispetto del breve impegno messicano e dei limitati interventi cinesi e russi, nel paese continuano a mancare medicinali, carburante, cibo e acqua. E a ciò si aggiungono le montanti proteste della popolazione. Un segno e un sogno per Washington, che adesso vorrebbe prendere Cuba per sfinimento, spingendo per il rilascio di prigionieri politici e l’allineamento con la superpotenza. Con un chiaro obiettivo designato.

La presa dell’Avana comporterebbe la drastica riduzione delle attività spionistiche e militari dirimpetto alla Florida, estromettendo così le controparti russe e mandarine. Al di là dei numerosi incontri tra i rispettivi ministeri della Difesa, Cuba starebbe ospitando basi per lo spionaggio collegate all’intelligence cinese, a cui sarebbe poi garantito l’accesso al materiale raccolto da agenti cubani in tutta l’America Latina. Senza tralasciare l’attracco di navi militari cinesi nei porti dell’isola.

Epperò, dopo l’Iran, Washington dovrà attuare una tattica differente. (Forse) passata l’infatuazione neocon, la Casa Bianca pare questa volta attendere un cambiamento dall’interno, resistendo alle sue pulsioni. Chissà per quanto.

Il (lento) risveglio della Germania

Di Franz Simonini

Scossa dalle ricadute del conflitto ucraino e di quello mediorientale, negli ultimi mesi la Germania ha provato a muoversi su diversi fronti. A dispetto delle pressioni della Casa Bianca, a febbraio il cancelliere Merz e trenta dirigenti delle principali imprese teutoniche si sono recati in Cina per preservare i vitali rapporti commerciali con il gigante asiatico. Mossa utile anche per aprire una leva negoziale con Washington.

Impegnato a sopravvivere, la scorsa settimana il governo tedesco ha firmato con il Sudafrica un accordo da 200 milioni di euro per l’estrazione delle materie prime critiche, indispensabili nelle filiere industriali e militari. Nelle stesse ore Berlino ha pure siglato un’intesa di interscambio militare e di intelligence con Kiev. L’accordo dovrebbe destinare circa 4 miliardi di euro all’acquisto di batterie Patriot e di lanciatori Iris-T, oltre alla condivisione delle competenze tecniche maturate dagli ucraini sul campo di battaglia. A ciò si aggiunge la recente approvazione da parte del dipartimento di Stato americano della vendita di otto dotazioni complete del sistema di combattimento integrato Aegis per le fregate tedesche classe F127 in costruzione.

La decisione statunitense dello scorso mese di revocare temporaneamente alcune restrizioni sul petrolio russo ha innescato la duplice reazione della Germania. Mentre il governo tedesco ha ufficialmente criticato la decisione di Washington, ritenuta in grado di prolungare il conflitto e offrire un margine di respiro alla Russia, un eventuale calo dei prezzi del petrolio sarebbe accolto con favore dai tedeschi

Dopo aver forzatamente archiviato il paradigma composto da idrocarburi russi, mercato cinese e ombrello securitario statunitense, in questa fase Berlino sta cavalcando riarmo e intese commerciali per rallentare la propria stagnazione economica. Nella medesima ottica, la Germania si sta avvicinando all’Ucraina per ampliare (scenograficamente) il proprio peso con Washington e Mosca e inserirsi nel processo di ricostruzione del paese al termine del conflitto.

Washington non molla la Romania (e l’Europa)

Di Andrea Riboldi

Nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno annunciato il dispiegamento temporaneo di 500 militari in Romania, insieme a sistemi di sorveglianza, droni MQ-9 Reaper, velivoli per il rifornimento in volo e infrastrutture di comunicazione satellitare. Il contingente sarà stanziato nelle basi di Mihail Kogălniceanu e Câmpia Turzii per un periodo iniziale di novanta giorni, con funzioni dichiarate difensive.

La decisione giunge dopo una fase di temporanea riduzione della presenza washingtoniana nel paese, scesa negli ultimi mesi fino a circa mille unità per consentire il riposizionamento dei contingenti nell’Indopacifico e in Medio Oriente.

Il nuovo schieramento contrasta con la (finta) retorica di disimpegno statunitense. Washington non solo non si ritira, attenendosi all’imperativo strategico di non abbandonare l’Europa, ma rinvigorisce la propria presenza in Romania per un duplice obiettivo. Da un lato intende contenere la Russia sul fianco orientale del Vecchio Continente, dall’altro vorrebbe continuare a sfruttare il paese carpatico per sostenere attività di monitoraggio e supporto logistico nelle operazioni dirette verso il Medio Oriente.

Il dispiegamento è formalmente temporaneo, ma difficilmente lo sarà nei fatti. Finché gli Stati Uniti resteranno al vertice dell’ordine globale, gli avamposti europei (tra cui quelli rumeni) rimarranno imprescindibili.

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