Washington e Pechino sono in guerra (commerciale)
Di Federico Bertasi
Gli Stati Uniti hanno sanzionato diverse raffinerie cinesi che avrebbero continuato ad acquistare il petrolio iraniano a dispetto dal blocco commerciale imposto nelle scorse settimane (e negli scorsi anni). Tra queste vi sarebbero la Hengli Petrochemical – tra le più importanti realtà private del settore – e molteplici aziende petrolchimiche situate nello Shandong e nell’Hebei, accusate d’aver fornito miliardi di dollari al governo della Repubblica Islamica consentendole di rifiatare.
Con Hormuz interamente occluso, in questa fase gli americani vorrebbero soffocare le forniture energetiche cinesi per costringere i rivali a intervenire nello Stretto. Oltre che trascinare (quasi) tutti con sé.
Anzitutto gli stessi iraniani, asfissiati dal taglio delle forniture e delle esportazioni. Poi i cinesi, privi di carburante con cui soddisfare le ambizioni della popolazione. Infine gli europei, al solito tartassati dalle manovre altrui.
Ma così come avvenuto lo scorso anno la Repubblica Popolare non si è piegata davanti alle minacce statunitensi. Anziché cercare una mediazione, il governo ha impedito alle aziende locali di conformarsi alle sanzioni contro le raffinerie accusate di importare petrolio iraniano. Pure a costo di provocarne l’esclusione dal mercato globale basato sul dollaro.
Benché incapaci di competere Washington sul piano finanziario e commerciale, ancora una volta i cinesi hanno confermato di non riconoscere alcuna legittimità nei dazi imposti dalla superpotenza. Tantomeno di voler intervenire per salvare il rivale dall’incastro mediorientale.
Lo stallo nel Golfo
Di Lucrezia Casarin
Al sessantesimo giorno di guerra, l’agone tra Stati Uniti e Iran si gioca sulla pazienza. Convinta di poter piegare la teocrazia sotto il peso delle gravose privazioni economiche, in queste settimane la superpotenza ha scommesso sul soffocamento della navigazione iraniana per provare a salvare (almeno) la propria talassocrazia. Così, tra blocchi e controblocchi, il Pentagono ha lanciato Project Freedom, la (fallimentare) operazione che ha permesso di scortare soltanto due imbarcazioni prima di innescare le rappresaglie iraniane contro la Marina statunitense e il sito petrolifero emiratino di Fujairah. Sospesa dopo meno di due giorni, la missione ha (ri)portato alla luce le limitate capacità di manovra di Washington sullo Stretto e rafforzato la posizione di Teheran. In risposta gli statunitensi avrebbero colpito siti di lancio iraniani per missili e droni, oltre a postazioni di comando d’intelligence. Ma mentre la Casa Bianca minimizzava gli attacchi iraniani, Arabia Saudita e Kuwait hanno ventilato la possibilità di negare alle Forze armate statunitensi l’accesso alle basi cruciali per le operazioni di interdizione, il che complicherebbe notevolmente i piani del Numero Uno.
Nell’incastro s’è pure inserito lo Stato ebraico. Con la ripresa delle ostilità nel Libano meridionale, adesso Israele intende profittare della distrazione altrui per espandere il proprio cuscinetto difensivo e per chiudere la questione con i miliziani filo-iraniani. Nelle prossime settimane difficilmente Washington riuscirà a risolvere l’impasse mediorientale senza cedere a parte delle richieste iraniane. Con il rischio di intrattenersi ancora a lungo nelle secche del Golfo Persico
Prove di pace tra Stati Uniti e Vaticano
Di Franz Simonini
Nelle scorse ore il segretario di Stato americano Marco Rubio si è recato al Palazzo Apostolico per incontrare papa Leone XIV. Il colloquio è arrivato dopo il recente scontro dialettico tra Donald Trump e il pontefice sulla guerra in Iran e le nuove nomine episcopali. Secondo le dichiarazioni ufficiali si sarebbe discusso di Medio Oriente e «interessi comuni nell’emisfero occidentale».
Epperò c’è di più. Oltre alla funzionale volontà di riavvicinamento della Casa Bianca al papato per arginare l’emorragia del voto cattolico statunitense in vista delle elezioni di mezzo termine, Washington cerca soprattutto un’intesa con il Vaticano sul dossier cubano.
Negli ultimi mesi, l’isola caraibica è divenuta terreno di convergenza tra le due potenze, con il coinvolgimento della Caritas locale per la distribuzione di sei milioni di dollari di aiuti umanitari e la diretta cooperazione washingtoniana. La Santa Sede vorrebbe profittare dello stesso canale per puntellare la Chiesa cubana, garantirne la sopravvivenza e mantenere aperto un fronte pastorale in un emisfero dove la penetrazione evangelica avanza.
Di qui (anche) la necessità di Washington di un avvicinamento alla numerosa comunità cattolica locale, leva utile per radicare la propria proiezione sull’Avana e logorare il regime castrista dall’interno.
Israele cerca la Grecia contro la Turchia
Di Andrea Riboldi
Nelle scorse ore l’ambasciatore israeliano in Grecia, Noam Katz, ha accusato Ankara di destabilizzare il Mediterraneo orientale, attribuendo ai turchi la volontà di imporsi come «potenza egemone». Dietro le parole apparentemente estemporanee si cela il riflesso del crescente avvicinamento tra Israele, Grecia e Cipro.
Il triangolo nasce per contenere l’attivismo anatolico (soprattutto) nelle acque della regione. Così lo Stato ebraico prova ad aumentare il suo peso nel Mediterraneo, la Grecia intende rafforzare il fronte egeo contro il rivale e Cipro tenta di contenere la pressione turca sull’isola e sulle rotte energetiche.
Peraltro la cooperazione militare è già rilevante. Recentemente Atene ha approvato l’acquisto dei sistemi lanciarazzi PULS di Elbit Systems di fattura israeliana, mentre i due paesi collaborano sempre più assiduamente su addestramento, esercitazioni congiunte, anti-drone e sicurezza cibernetica.
Al contempo per la Turchia questo spazio è parte essenziale della propria sicurezza. Egeo, Cipro, Levante e Siria sono quadranti in cui Ankara va accrescendo il proprio peso, combinando profondità terrestre e proiezione marittima.
Sullo sfondo osservano gli Stati Uniti, presenti dal 2019 nel formato diplomatico “3+1” con Israele, Grecia e Cipro. Per Washington la triangolazione mira a tenere il Mediterraneo orientale dentro la propria orbita, contenendo l’autonomia turca senza rompere con Ankara, membro necessario della Nato.
L’America (non) abbandona la Germania
Di Federico Bertasi
Venerdì il Pentagono ha annunciato l’intenzione di ritirare cinquemila soldati dalle basi militari tedesche entro i prossimi dodici mesi. La decisione sarebbe la «punizione» pensata dalla Casa Bianca contro il governo della Repubblica Federale, colpevole di non aver partecipato alla liberazione dello Stretto di Hormuz e d’aver bollato come una «umiliazione» il negoziato allestito dagli statunitensi con gli iraniani.
Ma la retorica trumpiana non è inedita. Già durante la prima amministrazione, il newyorchese tentò di ritirare circa 10mila soldati dalla Germania, salvo poi essere prontamente bloccato dal Congresso e dal Pentagono. Similmente nei prossimi mesi gli apparati dello Stato proveranno a osteggiare e rimodulare la decisione della Casa Bianca. Al di là delle sortite presidenziali, dipartimento della Difesa e intelligence sono ben consapevoli di non poter rinunciare al continente europeo per dominare il pianeta.
Così poche ore prima dell’annuncio dell’amministrazione Trump diversi funzionari del Pentagono hanno anonimamente affidato alla stampa di «non avere in programma alcuna smobilitazione» in alcuna regione. Tuttavia per gli statunitensi il bluff è funzionale per premere sugli europei affinché non si limitino a produrre armi, ma anche a imbracciarle qualora fosse necessario. Specie nei teatri più cruciali per la superpotenza.
Peraltro, pure con l’eventuale ritiro, in Germania resterebbero dispiegati oltre 30 mila militari, pressoché lo stesso numero di truppe stanziate prima del conflitto tra Russia e Ucraina. Mentre anche dal punto di vista giuridico – con la legge bipartisan siglata dallo stesso Trump lo scorso dicembre – i soldati statunitensi non possono scendere sotto le 76mila unità in Europa. Qui l’eventuale vuoto verrebbe immediatamente rimpiazzato da russi e cinesi, decisamente entusiasti di profittare del ritiro del rivale nell’emisfero occidentale. Scenario a dir poco impossibile per Washington – a meno di non perdere il controllo della vetta del mondo.