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Incontro tra Trump e Xi, Hormuz, conflitto in Mali, Russia e Libia

Incontro tra Trump e Xi, Hormuz, conflitto in Mali, Russia e Libia

Il senso dell’incontro tra Trump e Xi

Di Franz Simonini

Nelle scorse ore, per la seconda volta dopo otto anni, Donald Trump è atterrato a Pechino per incontrare l’omologo mandarino Xi Jinping. Nel vertice bilaterale, rinviato di due mesi a seguito dell’attacco israelo-statunitense contro la Repubblica Islamica, si è discusso di dazi, terre rare, semiconduttori, idrocarburi, guerra mediorientale e questione taiwanese.

Al di là della retorica di circostanza, il viaggio di Trump giunge in un momento di complessità per entrambe le potenze. La Repubblica Popolare attraversa una fase di stagnazione economica, disoccupazione giovanile crescente e frizioni interne tra apparati militari e governo. Elementi che, a dispetto della proverbiale pazienza sinica, impongono a Pechino un’attenta sorveglianza sulla tenuta del fronte interno. Di qui le richieste mandarine di maggiori garanzie sul piano commerciale e finanziario: l’allentamento dei controlli sui semiconduttori avanzati, la cancellazione delle sanzioni e la conferma della piena riammissione al mercato statunitense, che assorbe da solo un quarto delle esportazioni cinesi. A ciò si aggiungono anche le consuete istanze di non interferenza sull’isola di Formosa.

Gli Stati Uniti, impelagati nella guerra persiana, vorrebbero sospingere Pechino a esercitare pressioni su Teheran, profittando della dipendenza persiana dal mercato cinese, che ne assorbe il 90% delle esportazioni di idrocarburi. Allo stesso modo, Washington punterebbe a persuadere il rivale ad accrescere gli acquisti di greggio e gas naturale liquefatto statunitensi, in sostituzione almeno parziale delle forniture dal Golfo Persico interrotte dall’occlusione dello Stretto di Hormuz, da cui transitava circa il 50% delle risorse energetiche fossili di importazione cinese. La mossa washingtoniana prova ad accrescere, così, la dipendenza di Pechino dalle forniture americane.

Epperò queste convergenze appaiono come distensioni puramente tattiche, funzionali a una stabilizzazione di breve-medio periodo. Non intaccando la rivalità di fondo tra i due soggetti, impegnati in una competizione globale i cui epicentri restano il controllo di Taiwan e la definizione del prossimo Numero Uno.

Il nodo insoluto di Hormuz

Di Lucrezia Casarin

Gli Stati Uniti non riescono a chiudere la breccia di Hormuz. Mentre i pasdaran vanno ampliando la zona di interdizione nello Stretto, nelle scorse ore il senato statunitense ha respinto la risoluzione per frenare la campagna militare contro l’Iran. Anche la questione missilistica è al centro delle attenzioni washingtoniane. Secondo l’intelligence statunitense, Teheran avrebbe conservato fino al 70% del suo arsenale prebellico e ripristinato l’accesso operativo alla maggior parte dei siti di lancio lungo lo Stretto. Per la Repubblica Islamica sarebbe fondamentale (ri)dotarsi dell’equipaggiamento e contrastare le azioni ostili «dei rivali americano-sionisti». Recuperando parte della propria deterrenza, l’Iran prova a legittimare su carta negoziale parte dei successi tattici ottenuti sul fronte intermittente. Ancora più irrigidite rispetto al compromesso sul nucleare, le posizioni della teocrazia costringono la Casa Bianca a prendere tempo su Hormuz. Rigettata la proposta iraniana – definita «totalmente inaccettabile» – gli statunitensi punterebbero altresì sul negoziato per impedire a Teheran di dotarsi della Bomba. Proposito condiviso anche da russi e cinesi, seppure retoricamente (e non solo) assai vicine al regime. Senza una decisiva svolta intorno a Hormuz, nelle prossime settimane potrebbe (ri)accendere le ostilità contro la Repubblica Islamica e aggravare il fardello statunitense nel Golfo Persico.

La Russia rischia di perdere il Mali

Di Andrea Riboldi

Nelle scorse ore il Mali centrale è stato colpito da nuovi attacchi dopo la vasta offensiva di fine aprile. Le milizie del Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim) hanno assaltato due località nella regione di Mopti, uccidendo decine di civili e soldati vicini al governo centrale.

Il dato più rilevante riguarda la postura della giunta al potere. Dopo aver espulso francesi e occidentali, il presidente Assimi Goïta si era notevolmente avvicinato ai russi. Ma l’Africa Corps (ex gruppo Wagner) non è riuscita a impedire l’uccisione del ministro della Difesa Sadio Camara, la perdita di Kidal e la conquista di Tessalit da parte dei ribelli, incrinando notevolmente l’immagine della Federazione.

Per il Cremlino la penetrazione in Mali è centrale sia dal punto di vista tattico che simbolico. Dopo essere subentrata a Parigi come garante armato della giunta, Mosca aveva trasformato il paese in vetrina africana della propria capacità di protezione. E l’offensiva ribelle ne incrina la narrazione in modo netto.

Al contempo Washington osserva l’apertura e dopo anni di arretramento potrebbe rientrare attraverso intelligence, sorveglianza e coordinamento militare. Più che salvare la giunta, gli statunitensi mirano a scongiurare che il Sahel resti interamente disponibile a Mosca e agli altri rivali nella regione.

Mosca non può mollare la Libia

Di Lucrezia Casarin

La Russia è (ri)tornata sul dossier libico. Nelle scorse ore, il vicecomandante dell’Esercito nazionale libico (Enl), Saddam Haftar, in visita ufficiale a Mosca, ha incontrato il ministro della Difesa russo, Andrej Belousov e il vicecapo dell’amministrazione presidenziale russa, Sergej Kiriyenko, per discutere di cooperazione militare. Con l’ampliamento delle capacità belliche tra i mercenari e le truppe dell’Enl la Russia intende consolidare la propria influenza nella regione, limitata alla zona meridionale e orientale del paese – la sfera di pertinenza di Haftar. Al centro delle disquisizioni vi sarebbero state (anche) svariate operazioni russe nelle basi aeree situate nel cuore della Libia, oltre alla base strategica di Maaten al Sarra, al confine con il Ciad e il Sudan.

Al contempo la Russia deve contenere le incursioni del rivale mandarino, che recentemente ha fornito almeno tre nuovi droni alle milizie di Haftar nella base aerea di Al Khadim. Negli scorsi mesi, la Cina ha puntellato il territorio libico rilanciando le proprie aziende in loco nei settori dell’edilizia, dell’energia e delle infrastrutture – aderenti alle Nuove vie della seta. Inoltre, l’accordo militare con l’Enl vergato dal Pakistan lo scorso dicembre, ha contribuito a canalizzare le proiezioni della Repubblica Popolare nella regione. La Russia non può permettersi di perdere la Libia. Con i turchi sull’uscio, la presa sul versante libico offre a Mosca una sponda efficace sul fianco meridionale della Nato, motivo per cui la Libia occidentale è un’opportunità allettante (anche) per l’Ucraina.

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