L’inganno cinese
Di Dario Fabbri
I vertici bilaterali sono esclusivamente simbolici. Non hanno altro valore. Al massimo vidimano decisioni già prese nel negoziato preparatorio. Al di là di secondari accordi commerciali, l’unica importanza dell’ultimo summit tra Trump e Xi è stata la capacità per Pechino di segnalarsi in vantaggio nella competizione bilaterale. Dal cuscino traditore affinché Trump apparisse più basso di Xi, alla diversa traslitterazione del nome di Rubio come beau geste per non arrestarlo, ogni momento del protocollo è stato pensato a tal fine.
Nella realtà la Repubblica Popolare ha problemi strutturali ben più gravi degli Stati Uniti. Ed è costretta a sperare nell’autolesionismo del rivale, peraltro nuovamente in azione in Medio Oriente. I mandarini hanno giocato sulla nostra suggestione per mascherare le proprie difficoltà. Con tanto di beffardo riferimento all’insignificante trappola di Tucidide, paradigma tutto occidentale. E in questa ottica l’ultimo vertice è stato un successo. Per la Cina.
Cinesi e russi ballano insieme (per ora)
Di Federico Bertasi
Dopo meno di una settimana dal summit tra Donald Trump e Xi Jinping, in queste ore il presidente cinese ha ricevuto Vladimir Putin a Pechino. Formalmente nel vertice si sarebbe discusso dell’ampliamento dell’«amicizia senza limiti» che lega i due paesi, con tanto di elegante cerimoniale allestito dai mandarini – questa volta senza tranelli riservati agli ospiti – e altrettanto affettuose dichiarazioni d’affetto del capo del Cremlino verso Xi – «un solo giorno lontani pesa come tre autunni».
Oltre l’impossibile retorica assai in voga negli ultimi anni, nella sostanza cinesi e russi intendono cooperare per motivi molto diversi, spesso confliggenti. Per Pechino l’incontro è utile per segnalare agli americani di poter sopravvivere anche senza le materie prime transitanti da Hormuz. Almeno sulla carta, per la Repubblica Popolare le ingenti risorse moscovite sarebbero sufficienti per soddisfare il fabbisogno interno, colmare la distanza da Washington e indebolire la Federazione.
Al contrario la Russia s’affida ai cinesi per sostenere lo sforzo bellico. Anche se momentaneamente rinvigorita dall’occlusione del Golfo Persico e dalla distrazione del Numero Uno in Medio Oriente, lo stallo in Ucraina ha notevolmente indebolito Mosca sul piano strategico. Passaggio certificato anche durante l’ultimo summit tra Xi e Trump, in cui il leader mandarino avrebbe confidato i dubbi del presidente russo sulla guerra contro Kiev. Ennesima umiliazione lasciata trapelare a tavolino per ribadire la posizione di inferiorità del Cremlino nel rapporto tra le due potenze.
Eppure in questa fase raccontarsi come inseparabili consente a russi e cinesi di spingere gli statunitensi ad ampliare le concessioni per evitare il rischio d’affrontare due rivali simultaneamente.
Gli Stati Uniti (ri)tornano su Cuba
Di Lucrezia Casarin
Gli Stati Uniti hanno trasferito la portaerei a propulsione nucleare Uss Nimitz e le sue navi di scorta a largo delle coste meridionali dei Caraibi. Secondo il Pentagono il recente dispiegamento sarebbe cruciale per pressare il governo cubano senza (per ora) agire con un’offensiva militare. Nelle stesse ore il dipartimento della Giustizia ha anche incriminato l’ex presidente cubano Raúl Castro, reo di aver autorizzato negli anni Novanta l’abbattimento di due aerei civili americani.
Per anni il regime è riuscito a sopravvivere grazie al petrolio venezuelano e al sostegno di russi e cinesi, ma negli scorsi mesi la destituzione di Maduro e il blocco degli idrocarburi imposto a Caracas hanno ulteriormente soffocato l’Avana. Così la scorsa settimana diversi membri della Cia si sono recati a Cuba per discutere con i funzionari dell’isola il futuro politico dell’isola. Peraltro la stessa intelligence statunitense ha rivelato alle agenzie di stampa che l’Avana si sarebbe dotata di circa 300 droni di fattura russa e iraniana capaci di colpire le coste della Florida. Notizia studiata a tavolino per alzare l’attenzione sulla questione cubana.
Mentre l’affaire caraibico permetterebbe alla Casa Bianca di distogliere l’attenzione dalla complessa (e impopolare) campagna mediorientale, Pentagono e intelligence vorrebbero cavalcare le notevoli debolezze dell’isola per blindare ulteriormente l’emisfero occidentale.
La Cina non vuole legarsi (troppo) alla Russia
Di Franz Simonini
Nell’incontro di questa settimana tra Xi Jinping e Vladimir Putin si è discusso nuovamente della costruzione del gasdotto Power of Siberia 2. La realizzazione dell’infrastruttura, che convoglierebbe cinquanta miliardi di metri cubi annui di gas dai giacimenti della penisola siberiana di Jamal fino allo Xinjiang e alla Cina continentale, è stata nuovamente rinviata da parte mandarina con il pretesto dell’eccessiva onerosità dell’opera.
Al di là delle valutazioni economiche, Pechino teme di diventare eccessivamente dipendente da Mosca sul fronte energetico. E a ciò si aggiunge pure il dilemma dei 950 chilometri (sul totale dei 6700) che attraversano i territori della Mongolia, giacché si tratta di un’arteria che il governo di Ulan Bator potrebbe occludere in caso di tensioni con la Cina.
La Russia, dal canto suo, riacquisterebbe parzialmente valore nel rapporto sino-russo, riequilibrando un’intesa marcatamente asimmetrica con la Repubblica Popolare. Ancor più perché oggi Mosca necessita di nuove linee di esportazione energetica per racimolare risorse da spendere nel conflitto ucraino e per rinsaldare il fronte interno appesantito da quattro anni di guerra.