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Usa vs Cina sui semiconduttori, Vaticano e intelligenza artificiale, referendum Alberta, Washington vs Pechino in Argentina, Usa e Armenia

Usa vs Cina sui semiconduttori, Vaticano e intelligenza artificiale, referendum Alberta, Washington vs Pechino in Argentina, Usa e Armenia

Pechino non cade nella trappola americana sui chip

Di Federico Bertasi

Soltanto sei mesi fa raccontavamo la (finta) apertura di Washington per persuadere i cinesi ad acquistare semiconduttori di fattura statunitense. Tra i molti obiettivi vi era la volontà di inondare il mercato altrui con chip – localizzabili e forse disattivabili da remoto – per ostacolarne lo sviluppo interno.

Al solito la manovra è stata letta invertendo il rapporto di causalità tra apparati e colossi tecnologici, drammaticamente scambiati come capaci di informare l’azione della superpotenza. Così più di qualcuno ha inchiostrato la facilità con cui la Casa Bianca sarebbe stata manipolata dalle pressioni delle aziende tecnologiche (specie Nvidia), in grado di incassare notevoli successi economici grazie alle aperture dell’amministrazione Trump. Nella realtà tali decisioni non vengono prese (solo) dal presidente, giacché devono necessariamente ricevere luce verde da parte di Pentagono e National security agency (Nsa), responsabili delle questioni che intaccano la sicurezza dell’impero sul piano tecnologico e industriale.

Ma ancora più rilevante è stata la reazione della Repubblica Popolare. Consapevole dell’inganno orchestrato dai rivali, Pechino ha temporaneamente bloccato l’acquisizione di semiconduttori da parte delle aziende cinesi, al contrario assai interessate a sfruttare la potenza di calcolo americana. Passaggio tutt’altro che secondario e che certifica la lungimiranza dei mandarini, la capacità di imporsi sui propri colossi (semi)privati e la scelta di rallentare il proprio sviluppo pur di non abbandonarsi alla superpotenza. Cui si somma pure lo smacco retorico e diplomatico. Mentre Trump e numerosi imprenditori del settore tecnologico statunitense (tra cui anche lo stesso amministratore delegato di Nvidia) erano a Pechino, il governo della Repubblica Popolare ha messo al bando diversi chip washingtoniani ideati per il mercato cinese.

Perché Leone si schiera contro l’intelligenza artificiale

Di Pietro Mattonai

Papa Leone XIV ha pubblicato la sua prima enciclica: Magnifica Humanitas, dedicata alla «custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». La scelta della tempistica non è casuale, come nulla lo è nella Chiesa cattolica. L’enciclica è stata firmata esattamente 135 anni dopo la Rerum Novarum di Leone XIII: all’epoca, il pontefice scelse di affrontare gli sconquassamenti sociali e politici della rivoluzione industriale. Oltre un secolo dopo, Leone XIV fa i conti con l’ennesimo mito che l’Occidente si è scelto per evadere dal mondo. E lo fa perché il tema riguarda da vicino la Chiesa, rerum humanarum peritissima, ovvero “esperta al massimo grado di ciò che è umano” L’intelligenza (poco) artificiale è molto umana, perché programmata da umani con scopi umani (troppo umani). Epperò le manca la cifra antropologica che incarna paure e speranze, impossibile da trasferire attraverso algoritmi, per quanto dettagliato il prompt.

L’antropologia è perno della missione della Chiesa. Per questo, di fronte alla tentazione di fare dell’intelligenza artificiale uno strumento capace di leggere e indagare le collettività, papa Leone mette in guardia i fanatici del deep learning. In ogni ambito della vita abbiamo un dovere: «restiamo umani», si legge in uno dei passaggi del documento. Non un’esortazione vuota, ma una scelta precisa. Pontefice nell’era in cui ci immaginiamo rimpiazzabili dai codici – ultimo, disperato tentativo di fuga dalla storia – Leone XIV ribadisce l’opzione preferenziale per l’uomo, unico portatore sano di fede e conoscenza. Anche a sua insaputa.

Chi vuole l’indipendenza dell’Alberta

Di Lucrezia Casarin

Il prossimo ottobre, gli abitanti dell’Alberta saranno chiamati alle urne per il referendum sull’avvio del processo di indipendenza dal Canada. Ad annunciarlo ufficialmente è stato il capo del governo albertano, a fronte del successo della petizione popolare indetta negli scorsi mesi. Nelle ultime settimane il primo ministro canadese Mark Carney si è espresso duramente contro il quesito referendario, bollato come un «pericoloso bluff» destinato a ritorcersi contro la provincia stessa. Oltre a frammentare l’unità politica del paese.

Da tempo la corrente secessionista dell’Alberta riceve il sostegno di una considerevole fetta di elettori. Ma negli ultimi anni ha notevolmente ampliato il proprio bacino di consenso (anche) grazie al sotterraneo supporto statunitense. A gennaio, diversi funzionari dell’amministrazione Trump avrebbero incontrato numerosi membri dell’Alberta prosperity project (App), il principale movimento che sostiene l’indipendenza. Benché classificato dalla Casa Bianca come «evento di routine», l’incontro ha contribuito a riaccendere l’interesse statunitense per le questioni albertane.

Favorevole a utilizzare le vaste riserve energetiche senza dipendere dal governo di Ottawa, l’Alberta intende sfruttare i puntellamenti di Washington, mirati a dividere sottotraccia il fronte interno canadese. Così la superpotenza vorrebbe cavalcare le pulsioni separatiste della provincia per indebolire il vicino e rinsaldare il proprio controllo sul Nordamerica.

Washington e Pechino si sfidano in Argentina

Di Franz Simonini

Il Rio Paraná argentino (ri)accende la contesa tra Stati Uniti e Cina. Nelle scorse settimane il presidente della commissione Affari esteri della Camera dei rappresentanti, Brian Mast, ha segnalato l’incremento della «influenza maligna cinese» nel paese sudamericano. Al di là della retorica, le due potenze intendono sfidarsi sulla concessione venticinquennale per il dragaggio e la gestione dell’idrovia del Paraná, il fiume che dal Brasile segna il confine tra Paraguay e Argentina, da cui transita l’80% delle esportazioni agricole e di materiali critici di Buenos Aires.

La Repubblica Popolare vorrebbe assicurarsi il controllo dell’arteria attraverso l’azienda argentina Servimagnus, legata alle imprese statali mandarine, ma gli apparati washingtoniani stanno sfruttando diversi fondi e società private per imporsi sulla trattativa e interrompere l’acquisizione da parte dei rivali.

La querelle giunge dopo anni di molteplici tensioni. Oltre ad aver interrotto l’ingresso dell’Argentina nelle Nuove vie della seta, lo scorso anno la Casa Bianca ha posto notevoli pressioni sulla Casa Rosada per ricalibrare il peso di Pechino sulla stazione radar per le analisi dello Spazio profondo di Espacio Lejano, situata nel Neuquén patagonico e che la potenza asiatica gestisce più o meno indirettamente attraverso le proprie Forze armate. Sulla scia di tali manovre, nel giugno del 2025 si è anche interrotta la collaborazione tra le università argentine e le accademie mandarine per la costruzione del radiotelescopio sulle pendici andine di San Juan.

Gli Stati Uniti si avvicinano (ancora) all’Armenia

Di Andrea Riboldi

Nelle scorse ore il segretario di Stato americano Marco Rubio e il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan hanno siglato a Erevan un accordo di cooperazione tra i due paesi. L’intesa giunge a meno di due settimane dalle elezioni parlamentari dello Stato caucasico del prossimo 7 giugno, centrali (anche) per sondare la postura da assumere con turchi, russi e americani (e accoliti europei).

Da mesi Mosca minaccia di aumentare la pressione economica su Erevan attraverso il prezzo del gas e le restrizioni sui prodotti armeni. Un avvertimento per tentare di scongiurare e ricucire la crescente distanza della Federazione dalla regione.

Al contrario, gli americani vedono nell’Armenia una cerniera indispensabile tra Anatolia, Caspio e Iran. Avvicinarsi a Erevan significa ridurre lo spazio rivale nel Caucaso meridionale e inserirsi nei corridoi che collegano Asia centrale, Azerbaigian, Turchia ed Europa, con ampi margini di guadagno anche nel settore minerario e infrastrutturale. Nei recenti accordi, i due Stati hanno siglato un’intesa in ambito estrattivo e sulla “Trump Route for International Peace and Prosperity”, il corridoio che dovrebbe attraversare l’Armenia meridionale collegando l’Azerbaigian al Naxçıvan e, dunque, alla Turchia. Una rotta utile poiché aggira ed estromette russi e iraniani.

Nell’incastro gli anatolici si muovono con cautela. Ankara sostiene Baku e guarda con favore a ogni corridoio capace di collegarla direttamente allo spazio turco centroasiatico. Tuttavia, deve al contempo bilanciare l’aumento del peso americano lungo una direttrice che considera vitale.

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