Washington stringe la presa su Cuba
Di Lucrezia Casarin
Nelle scorse ore i vertici dell’esercito degli Stati Uniti hanno incontrato alcuni esponenti militari cubani nei pressi della base navale di Guantánamo. Oltre ad approfondire la sicurezza degli oltre novemila soldati a stelle e strisce presenti nell’enclave (specie in caso di eventuali manovre militari), per gli americani l’incontro è stato utile per aumentare la pressione sull’isola posta dirimpetto alle coste della Florida. Così, dopo la visita di diversi membri della Cia e la recente incriminazione di Raúl Castro e del presidente cubano Miguel Díaz-Canel, Washington non perde occasione di stringere sull’Avana e rinsaldare la propria influenza nell’emisfero occidentale. Dopo aver ampliato il dispiegamento militare nella regione, in questa fase la superpotenza intende sfruttare la debolezza del regime per soffocare le incursioni dei rivali e prendere il controllo dell’isola.
Ancor più perché nell’attuale frangente russi e cinesi – seppure per motivi differenti – non paiono disposti a spendersi per la sopravvivenza del paese caraibico. Secondo i funzionari cubani anche le ultime forniture di carburante annunciate da Mosca sarebbero sospese. Privato del petrolio venezuelano e del supporto di Mosca e Pechino, il regime sta tentando di tamponare le (ancora più) gravi privazioni economiche che affliggono la popolazione per scongiurare una rivolta intestina. Al contempo i vertici cubani vorrebbero guadagnare tempo nella speranza che la distrazione statunitense in Medio Oriente possa (temporaneamente) allontanarne le ambizioni dall’isola.
Gli Stati Uniti puntano sulle Figi (contro la Cina)
Di Franz Simonini
Al termine della riunione ministeriale del Dialogo quadrilaterale di sicurezza (Quad) degli scorsi giorni è stato annunciato lo sviluppo congiunto dei porti delle Isole Figi da parte degli Stati membri. Con questa mossa gli americani intendono accrescere le capacità logistiche dell’arcipelago, trasformando i numerosi terminali in centri di interscambio regionale di materie prime critiche, litio e terre rare, allontanando al contempo la Cina da diverse filiere tecnologiche e rotte marittime.
Per oltre un decennio la Repubblica Popolare ha esteso la propria influenza sulle Isole Figi, contribuendo alla costruzione di numerose opere civili, specie autostrade, ponti, stadi, scuole e complessi residenziali. Inoltre lo scorso ottobre la nave-ospedale Silk Road Ark della Marina cinese ha condotto molteplici esercitazioni militari con le Forze armate figiane. Manovra che ha notevolmente allertato gli statunitensi.
Al di là delle questioni commerciali, la posizione geografica dell’arcipelago, composto da oltre trecento isole, è fondamentale per completare l’intelaiatura più esterna del contenimento della superpotenza su Pechino. Così Washington vorrebbe sfruttare il Quad per rinsaldare i rapporti con le Figi con l’obiettivo di ampliare la propria proiezione marittima oltre la prima e la seconda catena di isole nel Pacifico orientale.
La Turchia si inserisce in Mali
Di Pietro Matteo Salvia
Negli ultimi giorni Ankara sta tentando di diventare uno dei principali patroni della giunta militare di Bamako, ampliando notevolmente i rapporti commerciali e militari con l’esecutivo dello Stato africano. Lo scorso aprile il Mali è entrato in una nuova fase della guerra interna: gruppi jihadisti e indipendentisti tuareg hanno inflitto pesanti sconfitte al governo centrale, esponendo le fragilità dell’esercito maliano e, soprattutto, degli ausiliari russi dell’Africa Corps schierati nella regione.
È in questo vuoto che si inserisce la Turchia, che da tempo esercita in Mali un’influenza crescente. Tre fattori favoriscono l’inserimento turco nel quadrante: il ritiro francese dal Sahel e la crescente difficoltà russa nel proteggere Bamako; la capacità ancirana di intercettare il desiderio locale di ridurre le ingerenze occidentali nella sicurezza regionale; il benestare di Washington, che guarda con favore alla disponibilità turca ad assumersi responsabilità in un quadrante oggi non prioritario per gli Stati Uniti.
Per Ankara, l’avanzata in Mali (e nell’intero continente) ha un significato tattico cruciale. Come nel Corno d’Africa, l’obiettivo non si esaurisce nel radicamento terrestre o nella redditizia vendita di droni, veicoli blindati o sistemi di sorveglianza. La Turchia vorrebbe inserirsi in quei contesti che possano garantirle punti d’appoggio permanenti fuori dal Mediterraneo, tra Oceano Indiano e Atlantico. Una traiettoria che l’Italia dovrebbe osservare con attenzione. Anche le operazioni in Mali si inseriscono in questa progressione: consolidare la presenza nel Sahel significa radicarsi lungo le rotte terrestri che conducono al Golfo di Guinea e, da lì, all’Oceano Atlantico.
La Cina sfrutta il Pakistan per aggirare Hormuz
Di Andrea Riboldi
Pechino e Islamabad hanno formalizzato l’ampliamento del porto di Guadar e l’estensione del corridoio economico che lega i due paesi. L’intesa, raggiunta durante la visita a Pechino del primo ministro pachistano Shehbaz Sharif, mira a rafforzare i collegamenti stradali e portuali dalla Repubblica Popolare fino al Mar Arabico, specie le arterie che congiungono il passo del Khunjerab con l’autostrada del Karakorum, principale direttrice terrestre tra Cina e Pakistan.
Il tempismo dell’accordo è tutt’altro che casuale. La crisi di Hormuz ha esposto la rilevanza dello Stretto marittimo per Pechino e le vulnerabilità energetiche di Islamabad, quasi interamente dipendente dagli idrocarburi del Medio Oriente. Ma mentre la Repubblica Popolare, benché pericolosamente agganciata alle rotte che collegano il Golfo Persico all’Asia orientale, dispone di numerose alternative, il Pakistan sta fronteggiando inaggirabili conseguenze sul piano economico e logistico, rendendo ancor più cruciale la necessità di un cessate-il-fuoco e la ricerca di rotte differenti.
Ma l’intesa non giunge unicamente in risposta alla crisi mediorientale. I due paesi vorrebbero stringere i legami anche per aumentare la pressione sull’India, altrettanto in difficoltà a causa dell’occlusione del transito navale. Così, seppure per ragioni differenti, tramite il porto di Guadar e l’ampliamento delle infrastrutture terrestri (spesso presenti in regioni contese tra pachistani e indiani) le due potenze intendono cooperare congiuntamente per soffocare parzialmente le ambizioni del paese più popoloso al mondo.