Perché Iran e Israele hanno ripreso a bombardarsi
Di Federico Bertasi
Dopo la (fragile) tregua dello scorso aprile, nelle scorse ore Stato ebraico e Repubblica Islamica hanno colpito nuovamente i rispettivi territori. Apparentemente gli attacchi sarebbero stati causati dalle ripetute violazioni del cessate-il-fuoco in Libano da parte di Israele. Di qui il lancio di missili iraniani contro il territorio settentrionale del rivale e la successiva rappresaglia israeliana su Teheran, Tabriz, Karaj e Isfahan.
Ma in questo caso la miccia d’innesco è l’elemento meno rilevante della vicenda. Al contrario, la Repubblica Islamica ha centrato lo Stato ebraico per perseguire almeno quattro obiettivi tattici differenti. Anzitutto per segnalare agli israeliani che Teheran mantiene una notevole presa militare (e non solo) sui confini altrui. E che, oltre due anni dopo il 7 ottobre, l’Asse della Resistenza è tutt’altro che sconfitto. Poi per dimostrare ad alleati e rivali come, nonostante il conflitto e i duri colpi subiti negli ultimi mesi, i pasdaran possiedano ancora rilevanti capacità missilistiche e belliche. Quindi per schierarsi strumentalmente in difesa degli sciiti presenti nel sud del Libano, da più di qualche decennio legati in modo sentimentale e politico alla Repubblica Islamica. Infine per guadagnare margine nel negoziato con Washington, ricordando alla superpotenza come il regime sia tutt’altro che piegato e paventando il possibile ingresso nel conflitto anche degli huthi, finora coinvolti soltanto parzialmente. A questo si somma pure la reazione della popolazione iraniana, subito pronta a scendere in piazza per glorificare i bombardamenti lanciati verso il territorio israeliano. Ennesimo smacco alla scommessa statunitense dello scorso febbraio.
Il senso dell’incontro tra Xi Jinping e Kim Jong-un
Di Tommaso Tartaglione
A distanza di sette anni dall’ultimo incontro a Pyongyang e accompagnato da una folta delegazione, questa settimana Xi Jinping si è recato in Corea del Nord. La breve visita è impellente dimostrazione della volontà della Cina di ripristinare la propria influenza sul settentrione della penisola coreana, erosa tanto dallo sviluppo atomico nordcoreano quanto dalle manovre russe. Almeno dal 2023 il Cremlino e Palazzo Mansudae hanno siglato numerosi accordi sull’invio di materiale bellico e 12mila soldati in Ucraina in cambio di derrate alimentari e idrocarburi. E (forse) tecnologia nucleare.
Manovre a cui Pechino non può non rispondere. Nel tentativo di invertire la tendenza in favore di Mosca, in questa fase la Repubblica Popolare intende rafforzare i legami diplomatici, commerciali e di sicurezza con la Corea del Nord. Intenti a scavalcare l’offerta moscovita, i mandarini avrebbero offerto a Pyongyang un aumento degli investimenti, la ripresa dei flussi turistici e ampio supporto nelle attività d’estrazione di gas e petrolio lungo il fiume Tumen, collocato al confine con la Federazione Russa. Non una scelta casuale. Pechino vuole riaffermare il proprio peso nella questione coreana, da tempo nel mirino della Casa Bianca (anche) in ottica anticinese. Il tutto per la felicità del Regno sempre meno Eremita. Dato per morto, al collasso. E oggi più vivo che mai.
Washington blinda l’intelligenza artificiale
Di Franz Simonini
La Casa Bianca ha firmato un ordine esecutivo su cibersicurezza e modelli d’intelligenza artificiale. Il provvedimento intende irrobustire le difese informatiche del Pentagono, delle agenzie d’intelligence, degli ospedali, delle banche e delle «infrastrutture critiche», con tanto di direttiva che obbliga le aziende tecnologiche statunitensi a consegnare i propri modelli di calcolo all’amministrazione politica, al dipartimento della Difesa e alla National Security Agency (Nsa) almeno trenta giorni prima della commercializzazione.
Il documento, siglato dopo diverse settimane di trattative, sarebbe cruciale per scongiurare che i propri sistemi informatici possano favorire più o meno indirettamente cinesi, russi, iraniani e indiani, particolarmente interessati a cavalcare gli sviluppi del Numero Uno per tentare di colmare il vantaggio tecnologico con la superpotenza.
Ma per Washington l’evoluzione cibernetica non è indolore. Nelle scorse settimane diversi Stati americani hanno cominciato a discutere la possibilità di sospendere o vietare la costruzione di nuovi centri di calcolo e raccolta dati sul proprio territorio, sulla scia delle numerose proteste delle comunità locali contro le ricadute innescate dall’intelligenza artificiale. Il Maine ha scelto di congelare la costruzione degli impianti con una capacità pari o superiore a 20 megawatt, mentre nello Utah centinaia di residenti hanno assediato la commissione della contea di Box Elder per opporsi allo Stratos project, un campo di 160 chilometri quadrati destinato a ospitare supercomputer e relative centrali a gas. Convulsioni che se ampliate (o cavalcate dai rivali), potrebbero complicare i progressi statunitensi nella competizione digitale.
Quanto contano le elezioni armene
Di Lucrezia Casarin
Negli scorsi giorni il primo ministro uscente Nikol Pashinyan ha vinto nuovamente le elezioni parlamentari in Armenia. Configuratasi come un aut-aut sulla posizione da assumere rispetto all’ingombrante vicino russo, la tornata elettorale ha (ri)confermato la traiettoria politica del paese, negli ultimi anni propenso a dialogare con Stati Uniti e accoliti. Oltre ad avvicinarsi ai fondi distillati dall’Unione Europea, Erevan vorrebbe anche normalizzare le relazioni con Ankara.
Ennesimo scorno per la Russia, assai distratta e fiaccata dal conflitto ucraino. Nelle due settimane precedenti alle elezioni, il Cremlino ha limitato le importazioni e tagliato le forniture energetiche essenziali destinate all’Armenia. Puntellando al contempo la (rilevante) componente politica affine alla Federazione e ostile all’apertura verso gli americani. Ma la rottura con la Russia non è inattesa. Negli ultimi anni l’ex repubblica sovietica ha patito la debolezza moscovita, incapace di difendere Erevan nella contesa con Baku sulla questione del Nagorno-Karabakh. In questa fase per gli armeni la sponda occidentale sarebbe fondamentale per scongiurare le ingerenze delle potenze rivali nella regione. E permettere a Erevan di sopravvivere.
Le Isole Salomone si allontanano dalla Cina
Di Andrea Riboldi
Dopo soltanto tre settimane dall’insediamento, il nuovo primo ministro delle Isole Salomone, Matthew Wale, ha annunciato la revisione dell’accordo di sicurezza siglato con la Cina nel 2022. L’intesa aveva già allarmato Australia e Stati Uniti, preoccupati che Pechino potesse radicarsi nel Pacifico meridionale. Per Canberra l’arcipelago resta un tassello decisivo per ampliare la propria profondità difensiva e proteggere i confini. Non è casuale che il governo australiano abbia promesso sostegno contro l’aumento dei prezzi dell’energia e gli effetti del ciclone Maila, oltre al rafforzamento della cooperazione di polizia con l’obiettivo di tornare principale garante della sicurezza delle isole.
Ma Honiara, assai dipendente dalle importazioni e dal sostegno altrui, difficilmente potrà permettersi una rottura con Pechino. Peraltro la revisione dei trattati è anche un bluff per correggere lo sbilanciamento verso la Cina e sfruttare la rivalità tra potenze per ottenere maggiore sostegno da australiani e americani.