Chi ha vinto la tregua in Medio Oriente
Di Federico Bertasi
Stati Uniti e Iran hanno siglato (da remoto) un protocollo d’intesa per interrompere le ostilità in Medio Oriente. L’accordo prevederebbe la completa riapertura dello Stretto di Hormuz, l’allentamento della pressione militare sulla Repubblica Islamica e la (parziale) rimozione delle sanzioni sulle esportazioni petrolifere iraniane. Cui si sommerebbero pure lo sblocco di alcuni fondi congelati e l’interruzione dei bombardamenti in Libano. Rinviando ai prossimi mesi la questione sul nucleare.
Non certo un trionfo per la superpotenza, che dopo non aver vinto la guerra pare anche aver perso la tregua. Non solo sul piano retorico. Come raccontato più volte da Domino, la questione centrale ruota(va) intorno allo Stretto di Hormuz, finora occluso dal duplice blocco pensato dai belligeranti. Ma dopo oltre tre mesi di conflitto gli Stati Uniti non sono riusciti a garantire il libero transito della rotta marittima che conduce verso Asia ed Europa. Né hanno indotto la Repubblica Islamica al collasso. Di qui la volontà d’accelerare le trattative per il cessate-il-fuoco e l’intesa.
Dopo diversi mesi di guerra l’unico obiettivo centrato da Washington è stato finire la guerra. Con il rischio concreto che in futuro la questione di Hormuz possa essere riaccesa da Teheran a proprio piacimento.
La Turchia punta al Mediterraneo orientale
Di Franz Simonini
La scorsa settimana la Marina turca ha schierato nel Mar Nero, Egeo e Mediterraneo orientale oltre un centinaio di unità navali, diversi sommergibili e 18mila uomini per l’esercitazione Denizkurdu-II/2026 (“Lupo di mare”). Nel (fu) Mare Nostrum Ankara ha sperimentato il missile antinave Atmaca, mentre 11 fregate, la portaelicotteri Anadolu e 23 velivoli a pilotaggio remoto hanno simulato manovre di guerra attorno alle acque rivendicate dalla Grecia e da Israele. L’iniziativa giunge soltanto poche settimane dopo l’esercitazione di terra Efes (“Efeso”), che ha coinvolto anche contingenti libici, siriani e somali.
Tramite le recenti manovre militari la Turchia intende affinare la dottrina della “Patria Blu”, segnalando la propria presenza a tutti gli attori dell’area. L’Egeo resta il primo fronte di attrito con i greci, dove l’estensione delle acque territoriali e la zona economica esclusiva alimentano un contenzioso che da Atene si espande fino a Cipro. A ciò si lega la progressiva penetrazione ancirana nel Mediterraneo orientale, sostenuta dallo strumentale appoggio alla causa palestinese e dall’inasprimento dei rapporti con lo Stato ebraico. Di qui un Levante in fermento, con israeliani (più greci e ciprioti) e turchi avviluppati in una competizione che va dalla Siria fino al Mediterraneo. Cui si somma anche la crescente proiezione turca lungo l’arco che tocca i Balcani, il Mediterraneo centrale, la sponda libica e il Corno d’Africa. Salienti altrettanto decisivi per il nostro paese. Ma troppo spesso dimenticati.
Perché il Giappone si avvicina alla Groenlandia
Di Tommaso Tartaglione
L’Estremo Oriente va nell’Estremo Nord. In queste ore Tokyo ha annunciato l’invio di una delegazione di funzionari ministeriali e rappresentanti commerciali in Groenlandia. Con duplice obiettivo da perseguire. Dipendente dalla Cina per l’approvvigionamento di materie prime critiche, il Sol Levante vede nella Terra Verde la possibile panacea per (quasi) tutti i suoi mali. Dopo aver ampliato la ricerca dei preziosi minerali attraverso l’estrazione di fanghi al largo dell’isola di Minami Torishima, il governo nipponico vorrebbe puntare sulla Groenlandia, ricca di grafite, disprosio, tantalio e niobio. Tradotto: motori elettrici, batterie, semiconduttori. Senza dimenticare applicazioni nel settore aerospaziale, medico e chimico. L’isola più grande del mondo è custode di tesoro inestimabile. A cui Tokyo guarda con estremo interesse, specie in caso di ulteriore scioglimento dei ghiacci.
Epperò l’avvicinamento non giunge soltanto per contrastare la Repubblica Popolare. Il Giappone intende anche giocare di sponda con Washington per acquisire un ruolo ancor più centrale. Di qui la volontà di porsi alla testa della catena di approvvigionamento tra i satelliti della superpotenza.
Il tutto con il favore del governo dell’isola, entusiasta di accrescere il suo valore nella competizione tra potenze (anche) per scongiurare la possibile azione militare degli Stati Uniti. Nel mentre, il Giappone si prepara. Contando sul sole di mezzanotte. Hinomaru perpetua.
Washington tenta d’agganciarsi al Kenya
Di Lucrezia Casarin
In queste ore presidente keniota William Ruto ha dichiarato che il paese africano ha concluso un accordo bilaterale con gli Stati Uniti sui minerali critici. Riconosciuto come «reciprocamente vantaggioso» dalle parti, il patto permetterebbe a Nairobi di lavorare sul proprio territorio larga parte delle risorse, sganciandosi progressivamente dalle imposizioni delle altre potenze. Oltre alle terre rare, il Kenya possiede ingenti giacimenti di niobio, litio, grafite, rame e nichel.
Di converso, per gli americani l’intesa sarebbe utile per avvicinarsi nuovamente all’Africa orientale sul piano simbolico e diplomatico. Ma al centro v’è molto di più. Dopo aver parzialmente trascurato la regione, in questa fase Washington intende contenere le massicce proiezioni di russi, cinesi e turchi, che nell’ultimo decennio hanno profittato del vuoto lasciato dai contingenti occidentali per inserirsi nel territorio equatoriale. Mentre i mandarini hanno finanziato e ridisegnato parte del sistema infrastrutturale della regione, ancirani e russi hanno ampliato la cooperazione nel settore militare, nucleare e spaziale. Cui si sommano le sempre più frequenti incursioni jihadiste lungo il confine somalo, una minaccia potenzialmente destabilizzante anche per gli interessi washingtoniani nella regione. Anche di qui il recente ampliamento della base del Pentagono di Manda Bay nei pressi delle coste sud-orientali keniote.
Scenario tutt’altro che incoraggiante per la Casa Bianca, per nulla propensa a lasciare il versante orientale dell’Africa sub-sahariana nelle mani dei rivali.