(Finte) prove di pace tra indiani e cinesi
Di Federico Bertasi
Il bilaterale di questa settimana tra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il consigliere per la Sicurezza nazionale indiano Ajit Doval certifica il tentativo di riavvicinamento tra i due giganti demografici. Si tratta dell’ennesima manovra pensata da Delhi e Pechino nell’ultimo biennio per provare a ridurre le tensioni esplose nel 2020, quando le rispettive Forze di frontiera si sono scontrate con mazze chiodate e bastoni sulle alture himalayane.
Da allora entrambi i paesi intendono simulare abboccamenti anziché prolungare le ostilità. Perché consapevoli (in questa fase) di non essere i rispettivi rivali; perché interessati a profittare dell’impegno russo nel saliente ucraino; perché impegnati a diluire le ritorsioni degli statunitensi. Cui si somma pure l’occlusione di Hormuz, capace di danneggiare gravemente cinesi e indiani sia sul piano energetico che commerciale. Accelerando al contempo l’allineamento.
Così nell’incontro delle scorse ore i mandarini avrebbero offerto garanzie sulla diga tibetana di Medog in cambio della parziale risoluzione della disputa nel teatro himalayano. Manovra che consentirebbe alla Repubblica Popolare di concentrarsi maggiormente sui flutti anziché sul confine meridionale.
Ma la convergenza tattica è unicamente scenografica. Non solo per la calcolata rivalità su quasi tutti i dossier, ma anche per la diffidenza reciproca che attraversa le due potenze. Con i cinesi ben consapevoli che in caso di conflitto per Taiwan (o altrove) gli indiani si schiererebbero con gli americani. Esattamente quanto fatto da Delhi nell’attuale scontro mediorientale, schierata più o meno tacitamente con israeliani e statunitensi contro la Repubblica Islamica appoggiata da pachistani e cinesi.
La tregua non ha interrotto la guerra
Di Lucrezia Casarin
Dopo la sigla del protocollo d’intesa della scorsa settimana, in queste ore si è concluso in Svizzera un ciclo di colloqui tra Stati Uniti e Iran per terminare definitivamente la guerra in Medio Oriente. Secondo quanto sbandierato dai negoziatori pachistani, i funzionari iraniani e statunitensi avrebbero individuato un accordo per garantire il traffico nello Stretto di Hormuz e congelare il conflitto tra Israele ed Hezbollah. Ma entrambe le questioni rimangono aperte.
Anzitutto il fronte libanese. In queste settimane Washington ha tentato di placare le ambizioni dello Stato ebraico per facilitare l’intesa con gli iraniani. Ma apparati securitari ed esercito gerosolimitano non intendono piegarsi alle imposizioni degli statunitensi, specie in un saliente ritenuto vitale. Motivo per cui, dopo le ripetute violazioni del cessate-il-fuoco da parte degli israeliani in Libano, i pasdaran hanno occluso più volte lo Stretto di Hormuz. Provocando l’irritazione e lo sconforto degli statunitensi.
Washington avrebbe accettato di allentare parte delle sanzioni sul petrolio di Teheran. In cambio, la Repubblica Islamica avrebbe acconsentito all’ispezione dei funzionari delle Nazioni Unite nei centri del nucleare iraniano – pur inserendo molteplici veti in merito alla questione atomica.
Ma al di là delle dichiarazioni di facciata, i negoziati sono stati tutt’altro che risolutivi per la superpotenza, impantanata nel quadrante mediorientale sia sul piano geopolitico che su quello retorico e negoziale. Non soltanto perché il nodo del nucleare e il fronte libanese rimangono ancora insoluti, ma anche (e soprattutto) in quanto la gestione del passaggio marittimo tramite Hormuz rimane nella piena disponibilità degli iraniani.
Gli Stati Uniti cercano un equilibrio sul Nilo
Di Franz Simonini
A margine del G7 della scorsa settimana, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e quello statunitense Donald Trump hanno discusso della disputa legata alla Grande diga del rinascimento etiope (Gerd). La Casa Bianca ha definito «molto ingiusto» il trattamento riservato al Cairo, sollevando più di un dubbio sulla facoltà di Addis Abeba di bloccare il flusso acquifero del Nilo.
Al di là delle parole di circostanza, da mesi Washington sta tentando di inserirsi nella questione proponendosi come mediatore tra i due paesi. L’infrastruttura, costruita in parte da un consorzio italiano e inaugurata lo scorso settembre, sarebbe potenzialmente in grado di ridurre significativamente l’afflusso idrico destinato all’Egitto e al Sudan.
Ma la rinnovata attenzione americana va oltre la gestione acquifera. Con l’aumento delle tensioni in Medio Oriente (e non solo), il Corno d’Africa è tornato al centro della competizione geopolitica. Di qui la necessità per Washington di mantenere un equilibrio di potenza tra gli Stati della regione e scongiurare che la contesa per le acque del Nilo si trasformi in una crisi capace di destabilizzare ulteriormente il Mar Rosso.
La Cina accelera in Asia Centrale
Di Tommaso Tartaglione
Preoccupata dalle ricadute causate dalla crisi mediorientale, la Repubblica Popolare si sta mobilitando nel proprio estero vicino. Da alcune settimane Pechino sta tentando di velocizzare la realizzazione del corridoio Cina-Kyrgyzstan-Uzbekistan. Un sistema ferroviario che permetterebbe di ridurre di circa 700 chilometri il passaggio di merci e persone tra Asia orientale, Levante e Vecchio Continente. Al contempo, in queste ore il gigante asiatico ha siglato con il governo del Kazakistan un accordo di cooperazione nel settore nucleare.
Oggi il Dragone non domina gli Stretti da cui dipende. Ma più che Hormuz, Zhongnanhai guarda all’avvenire, da Malacca a Bab el-Mandeb, dove intende stabilizzare le proprie forniture e le eventuali capacità di dispiegamento militare.
Non solo. Pechino si muove anche verso Mosca. Il corridoio, inserito all’interno dei progetti delle Nuove vie della seta, creerebbe una rotta alternativa a quelle dominate dalla Russia, consentendo ai mandarini di influenzare diversi paesi della regione. Contando su un Cremlino sempre più concentrato (e distratto) dal fronte ucraino, l’ascendenza moscovita diminuisce a favore di una maggiore pendenza verso la Repubblica Popolare.
Benché le difficoltà logistiche e finanziarie siano molteplici, la Cina vuole cogliere l’attimo, passando dalle portacontainer tra i flutti ai vagoni nelle lande d’Eurasia. Tentando di trasfigurare la terra nelle sue vie d’acqua. Miracolo ancora in corso. Chissà se mai in essere.
Pechino punta sull’Algeria
Di Andrea Riboldi
L’aeronautica algerina avrebbe ultimato l’acquisto di diversi caccia multiruolo cinesi J-10C e aerei radar KJ-500 di fattura cinese, con consegna prevista entro i primi mesi del 2027. Il momento non è casuale. La guerra in Ucraina ha ridotto la capacità russa di rifornire con continuità i paesi dipendenti dai suoi sistemi d’arma, aprendo notevoli spazi alla Repubblica Popolare.
I mandarini intendono inserirsi nel Nordafrica per duplice ragione. Da un lato per acquisire maggiore peso nella regione, dall’altro per influenzare parte delle rotte mediterranee. E pressare il Vecchio Continente dal confine meridionale.
Di converso, per Algeri, che riceve ampie forniture e copertura diplomatica da Mosca, la priorità è giocare su più tavoli, soprattutto in ottica anti-marocchina. Da alcuni mesi Rabat sta accrescendo le proprie capacità militari e tecnologiche (anche) grazie al rafforzamento della cooperazione con gli Stati Uniti e con Israele.
Scenario assai preoccupante sia per l’Algeria che per la Cina, che in questa fase stanno tentando di convergere per bilanciare il peso dei rispettivi rivali.